Sanzioni Sanction Isreal – e stop alle importazioni: perché 11 paesi hanno deciso di sfidare Israele sulla Cisgiordania

Sanzioni e stop alle importazioni: perché 11 paesi hanno deciso di sfidare Israele sulla Cisgiordania

Una minaccia diretta alla pace fra Israele e Palestina. Così, in una dichiarazione congiunta (EN ), il premier britannico Andy Burnham, l’omologo canadese () Mark Carney e il presidente francese Emmanuel Macron hanno definito l’espansione delle colonie – illegali in base al diritto internazionale – in Cisgiordania. Da qui l’urgenza – hanno spiegato i leader – di agire «con una misura forte». Ovvero l’imposizione di sanzioni commerciali nei confronti degli insediamenti () e vietare l’importazione di prodotti provenienti da questi ultimi (). «Un punto di svolta nella difesa della soluzione dei sue Stati», hanno aggiunto, annunciando una riunione all’Assemblea generale entro il mese sulla questione.

Londra è stata capofila dell’iniziativa a cui si sono uniti con slancio Parigi e Ottawa oltre ad altri otto Paesi europei – Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Svezia –, mentre Belgio , Paesi Bassi e Spagna avevano già varato misure analoghe in precedenza. Il neo-ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, l’ha annunciata con enfasi in Parlamento, segnando una discontinuità tra l’attuale governo e l’esecutivo precedente, guidato da Keir Starmer. «Sono orgoglioso della mia identità ebraica e incrollabile nel mio sostegno allo Stato di Israele – ha affermato Miliband –. E non c’è alcuna contraddizione tra questo e il mio sostegno allo Stato di Palestina». Israele è di tutt’altro parere come dimostra la dura reazione del governo di Benjamin Netanyahu. Il ministro degli Esteri, Gideon Saar, ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme e il divieto di entrata per dodici funzionari di Londra, accusati di essere «coinvolti in attività anti-israeliane e antisemite». Tra loro anche Jeremy Corbyn. L’azione congiunta rappresenta una reazione di fronte all’aumento della violenza nei Territori. Nonché una risposta indiretta all’immobilismo dell’Amministrazione Trump: anche ieri il segretario di Stato, Marco Rubio, ha ribadito la contrarietà alle sanzioni, pur precisando di non volere una «Cisgiordania destabilizzata». Soprattutto, però, la mossa degli undici è una risposta indiretta all’immobilismo dell’Ue. A luglio, la Commissione aveva dato mandato al Consiglio Europeo di decidere sulla questione ma finora non l’ha fatto per l’impossibilità di raggiungere la maggioranza qualificata. I Paesi membri agiscono, dunque, in ordine sparso, creando un fronte allargato oltre i confini dell’Unione. «Così si rischia di distorcere il mercato», ha detto il capo della Farnesina, Antonio Tajani, per spiegare la scelta dell’Italia di non aderire all’iniziativa che prende di mira quanti forniscono – siano aziende o individui – servizi per l’espansione delle colonie, come edilizia, infrastrutture, finanza o immobiliare.

Difficile prevedere l’impatto reale della misura sull’economia israeliana. Secondo l’Associazione dei produttori israeliani meno del 5 per cento delle esportazioni proviene dagli insediamenti. In particolare dall’area tra Barkan, Ariel e Maaleh Adumim, dove si concentrano gli impianti di lavorazione meccanica, l’assemblaggio di componenti elettronici e la realizzazione di materie plastiche. A subire gli effetti maggiori, però, potrebbero essere le banche, i cui finanziamenti per infrastrutture e edilizia sono cruciali per l’avanzata dei coloni. Colpirle, però, non è facile dato il loro ruolo di collegamento tra l’Autorità nazionale palestinese e il sistema finanziario internazionale. Questo spiega una certa cautela: al momento non si sa se e quali istituti saranno oggetto di sanzioni e a quali condizioni.

Tra i governi coinvolti nell’iniziativa non c’è quello italiano. La spiegazione di Tajani: «Decisioni come questa vanno prese dall’Unione europea»

 

Il governo britannico e altri undici Paesi hanno annunciato il divieto delle importazioni di merci prodotte negli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. L’annuncio è arrivato con una dichiarazione congiunta diffusa dai ministri degli Esteri di Regno Unito, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. «Le azioni del governo israeliano in Cisgiordania», si legge nel documento, «stanno compromettendo la possibilità di una soluzione a due Stati».

Da qui, dunque, la decisione dei 12 governi di «intervenire per prevenire ulteriori danni». Annunciando lo stop all’interscambio commerciale con gli insediamenti dei coloni israeliani, il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha accusato Israele di «chiudere gli occhi» rispetto alla «pulizia etnica» in corso in Cisgiordania. All’iniziativa non partecipa il governo italiano, che pure negli ultimi mesi aveva aderito ad alcune proteste formali nei confronti di Israele per le azioni dei coloni nei territori palestinesi occupati.

Israele chiude il consolato britannico a Gerusalemme

Il primo esponente del governo israeliano a commentare l’annuncio di Londra è il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, leader del partito di estrema destra Potere Ebraico: «Mi sono rivolto al primo ministro perché chiuda oggi stesso il Consolato britannico a Gerusalemme Est, che opera apertamente per conto dell’Autorità Palestinese». Detto, fatto. Pochi minuti più tardi, l’appello di Ben Gvir è stato raccolto dal collega di governo Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliani, che ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme.

Sa’ar ha definito «false e scandalose» le parole pronunciate dal ministro inglese Miliband, che a suo dire rappresentano «un palese tentativo di interferire nella politica israeliana nella campagna elettorale». Oltre a chiudere il consolato britannico, il governo di Tel Aviv ha reagito espellendo rappresentanti del Regno Unito nel centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e della forza ‘British support team’ a Ramallah, che addestra forze dell’Autorità palestinese. In più, ha imposto un divieto di ingresso di 12 funzionari di Londra «attivi nel boicottaggio e nella delegittimazione contro Israele», tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn.

EPA/Andy Rain | Ed Miliband, ministro degli Esteri britannico

Tajani spiega il “no” dell’Italia: «Le sanzioni siano decise dall’Ue»

A spiegare la mancata adesione dell’Italia all’iniziativa capitanata da Londra ci pensa il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ai giornalisti dice: «Io sono sempre per le decisioni che vengono dell’Unione Europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno. Gli inglesi non fanno parte dell’Unione Europea». Il titolare della Farnesina, poi, aggiunge: «È una scelta loro, però le decisioni devono essere sempre prese a livello europeo».

Gli Usa difendono Israele: «Siamo pronti a reagire»

Alla reazione di Israele potrebbe aggiungersi ora anche quella degli Stati Uniti, che tramite l’ambasciatore Mike Huckabee ha criticato duramente l’annuncio del Regno Unito sul divieto di commercio con gli insediamenti israeliani illegali. In un’intervista a Fox News, il diplomatico americano ha bollato l’iniziativa una «discriminazione nei confronti del popolo ebraico» e ha annunciato che gli Stati Uniti sono pronti a reagire con azioni a livello federale e statale. Huckabee, in particolare, ha citato diversi Stati americani che sanzionano le aziende che boicottano Israele, come la Florida, affermando che «se gli inglesi facessero qualcosa del genere con Israele, non potrebbero fare affari in Florida, il che significherebbe un enorme impatto economico sulle imprese britanniche».

DDL 

Il ddl antisemitismo divide il Pd: riformisti per il sì, Boldrini guida il fronte del no. Schlein tentata dall’astensione

Sulla posizione da tenere sul ddl Antisemitismo, che si prepara ad approdare in Aula alla Camera nelle prossime settimane, è buio pesto nel Pd. Il disegno di legge, alla riapertura dei lavori dopo la pausa estiva, è al centro dei lavori della prima commissione a Montecitorio, dopo la spaccatura già consumatasi al Senato con la defezione dei riformisti. E questa volta le posizioni all’interno del gruppo rischiano addirittura di essere tre (con l’incognita del voto della segretaria): se l’area riformista continua a spingere per il sì, in contrapposizione al fronte contrario che vede in prima linea l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, dalle parti di Schlein comincia a farsi strada l’ipotesi di confermare la linea dell’astensione, alla luce anche dei risultati dell’ultradestra in Germania.

A gettare discordia tra i dem è sempre il richiamo alla contestata definizione di antisemitismo fornita dell’Ihra e adottata dal provvedimento: il pericolo, denunciano i più critici, è che la lotta alle discriminazioni finisca per incidere sulla libertà di critica verso Israele e il governo di Netanyahu.

Intanto domani, 9 settembre, in commissione Affari costituzionali si voteranno gli emendamenti. Non è previsto il mandato al relatore: l’iter, dunque, non si chiuderà ancora e servirà un ulteriore passaggio prima che il testo sia pronto per l’Aula. E proprio domani la conferenza dei capigruppo dovrebbe dare qualche indicazione in più sui tempi, andrà al voto «verso ottobre» scommettono. «Non ci sono stati passi avanti», sottolinea a Open chi segue il dossier, «al momento le posizioni nel gruppo sono ancora molto ampie». Nessuna riunione, infatti, è stata ancora convocata, «ma ci dovrà essere in ogni caso prima del passaggio in Aula» per fare chiarezza, sottolineano, pena la riedizione della spaccatura andata in scena a Palazzo Madama, che questa volta rischia persino di essere più articolata e dunque plateale.

Dopo il voto al Senato nuove divisioni tra i dem

A sei mesi dal voto di Palazzo Madama, infatti, la faglia nei dem non accenna a ricomporsi. Al Senato, infatti, la linea ufficiale del Pd era stata l’astensione, ma sei senatori dell’area riformista avevano rotto le righe votando a favore insieme al centrodestra. Alla Camera la pattuglia del sì resta in piedi, con Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Virginio Merola tra i nomi accreditati per il sì.

Il ragionamento da quelle parti non è mai cambiato: dopo le modifiche introdotte al Senato, dal ddl sono spariti sia i nuovi divieti sulle manifestazioni sia le nuove fattispecie penali, e il provvedimento viene considerato ormai essenzialmente programmatico. Fassino, che a Open aveva già messo in chiaro il suo voto a favore ad aprile, sul Foglio è tornato ad auspicare «un’ampia convergenza» anche alla Camera.

Dall’altro lato c’è invece chi considera insufficiente il lavoro fatto a Palazzo Madama. Il nodo rimane il richiamo alla definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance e ai suoi indicatori, che secondo i critici rischiano di allargare eccessivamente il perimetro dell’antisemitismo fino a incidere sulla libertà di espressione, di stampa e di ricerca.

Gli emendamenti e i distinguo nel campo largo

Non a caso è proprio su questo punto che si concentra il pacchetto di emendamenti presentato dal Pd insieme alle altre opposizioni. Una proposta firmata dai dem punta a riscrivere l’articolo 1 facendo riferimento alla raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2022 e allargando il contrasto anche alle altre forme di odio e discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa.

Un altro emendamento, sottoscritto insieme a M5s e Avs, propone invece di sostituire il richiamo all’Ihra con la Jerusalem Declaration on Antisemitism del 2021. C’è poi un’altra proposta unitaria che vuole mettere nero su bianco che «non è considerato antisemitismo l’espressione della libera critica alle azioni politiche del Governo dello Stato di Israele». È su questo terreno che nelle prossime ore si tenterà di aprire un nuovo confronto con la maggioranza, spiegano a Open.

A rafforzare le perplessità dell’ala contraria è arrivata anche la mobilitazione fuori dal Parlamento, dall’Anpi alle organizzazioni dei giornalisti, che contestano il rischio di un’applicazione della definizione Ihra capace di restringere lo spazio della critica. «La posizione della Fnsi potrebbe aprire la discussione anche in commissione», ragiona qualcuno: «Non si tratta necessariamente di essere contrari a una legge contro l’antisemitismo, ma di capire se si possa intervenire nel merito per evitare problemi sulla libertà di stampa».

Una spaccatura, quella tra i dem, che si inserisce peraltro in un campo largo già diviso. Se M5s e Avs restano schierati sul no, con Alleanza Verdi e Sinistra che ha aderito anche al presidio di domani davanti a Montecitorio, Italia Viva a Palazzo Madama aveva votato a favore insieme ai riformisti dem.

L’ombra dell’AfD e il dilemma di Schlein

Al Nazareno, spiegano a Open, nelle ultime ore è entrato nei ragionamenti anche quanto accaduto in Germania, con circa il 44% raccolto dall’AfD in Sassonia. Un risultato che mette sul tavolo del centrosinistra il problema dell’avanzata delle destre radicali europee e della crescita di pulsioni antisemite, è il ragionamento.

«Siamo in un momento in cui queste destre estreme, che dell’antisemitismo sono tra le principali portatrici, stanno volando», si interrogano dalle parti della segretaria. «Che questa sia la legge giusta o meno è un altro discorso, ma essere proprio contrari, in questa fase, a un intervento su queste tematiche può diventare complicato». A maggior ragione se il no finisse per affiancare il Pd, almeno nel voto finale, anche a forze collocate alla sua destra. «Significa votare con Vannacci», mettono in guardia.

È uno degli argomenti che riporta in campo l’astensione. Tant’è che, tecnicismi alla mano, il passaggio da Palazzo Madama a Montecitorio cambia le carte. Al Senato, infatti, gli astenuti concorrono al computo dei presenti e quindi l’astensione pesa ai fini dell’approvazione sostanzialmente come un voto contrario; alla Camera, invece, non vengono conteggiati nella maggioranza. Confermare la stessa parola d’ordine significherebbe dunque assumere una posizione più neutra, e dunque più morbida in questa fase.

Boldrini: «È un regalo della destra a Netanyahu»

Una posizione che non convince Laura Boldrini, che è in prima fila nel fronte del no e sulla legge non ha dubbi. «L’antisemitismo è una piaga pericolosissima e con l’ultradestra che si sta facendo strada bisogna stare sempre più allerta. Ma questo provvedimento non è sull’antisemitismo: è un regalo che la destra italiana fa a Benjamin Netanyahu e al suo governo prima di andare alle elezioni», attacca Boldrini. Il punto, ancora una volta, è l’utilizzo della definizione Ihra: «Il rischio è una censura della libertà di pensiero, dell’informazione, della libertà accademica e del dibattito pubblico».

Per l’ex presidente della Camera però l’alternativa esiste: «Se abbiamo una specifica preoccupazione per l’antisemitismo, allora si adotti la Jerusalem Declaration. Io voterei a favore». E respinge l’idea che un voto contrario possa essere interpretato come sottovalutazione del fenomeno: «Abbiamo già norme contro le discriminazioni su base religiosa e la legge Mancino. Se vogliamo intervenire specificamente sull’antisemitismo, facciamolo senza equiparare la critica al governo israeliano all’antisemitismo».

Il presidio e la conta tra i dem

L’ex presidente della Camera domani ha già annunciato la sua presenza al presidio organizzato davanti a Montecitorio contro il ddl, prima di tornare in commissione per il voto sugli emendamenti. «Ci sarò, anche se sarà un passaggio molto breve perché in commissione Affari costituzionali a quell’ora si votano gli emendamenti». Al presidio contro il ddl sono attesi diversi parlamentari del Pd. Potrebbero fare capolino Arturo Scotto, Valentina Ghio e Sara Ferrari, tutti deputati dem per altro già coinvolti in missioni e iniziative parlamentari sulla Palestina. Alla manifestazione, dove ci sarà anche l’Anpi, hanno già annunciato il proprio sostegno anche i Giovani democratici di Roma.

il primo ministro ebbe un avvertimento dal presidente degli Emirati Arabi Uniti in una telefonata di 45 minuti

Secondo Haaretz il primo ministro ebbe un avvertimento dal presidente degli Emirati Arabi Uniti in una telefonata di 45 minuti. Ma non fece nulla. L’ufficio del leader israeliano reagisce: «Mai avuta alcuna interlocuzione in quel periodo»
epa13064248 Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu (C) attends the graduation ceremony of the Israel Defense Forces officers’ course at a military base near Mitzpe Ramon, southern Israel, 25 June 2026. EPA/ABIR SULTAN

«Una menzogna totale». Questo il parere dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu sull’articolo di Haaretz secondo cui l’emiro di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed avvertì personalmente il premier israeliano, in una telefonata di 45 minuti alla fine di settembre 2023, pochi giorni prima dell’attacco del 7 ottobre, che Hamas stava pianificando «un terremoto» contro Israele. «Il Primo Ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua», ha dichiarato l’ufficio del premier, citato dai media israeliani tra cui Times of Israele.

Haaretz sostiene che Netanyahu fu avvertito personalmente di un’offensiva di Hamas in pianificazione contro Israele prima del 7 ottobre 2023. Ma il primo ministro non informò i vertici della sicurezza. E non fece niente. L’accusa viene dal libro Kidnapped: 843 Days of Abandonment dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, basato su interviste a decine di fonti tra cui alti funzionari israeliani e mondiali, ed è riportata da Haaretz.

Netanyahu e il 7 ottobre

L’avvertimento a Netanyahu è arrivato circa dieci giorni prima dell’attacco di Hamas dal leader degli Emirati Arabi Uniti. Tre alti funzionari stranieri furono informati del contenuto della telefonata di 45 minuti che lo avvertiva alla fine di settembre. Fra questi un consigliere di Mohammed bin Zayed che aveva conoscenza diretta della conversazione. Secondo il rapporto, Mohammed bin Zayed avrebbe fatto sapere a Netanyahu che il leader di Hamas, Yahya Sinwar, stava pianificando un’azione di vasta portata contro Israele. Con l’intenzione di provocare spargimenti di sangue, destabilizzare la regione e potenzialmente compromettere gli Accordi di Abramo.

(Mi ha scritto “Sei perfida” mentre la uccideva»)

 

La risposta del premier

Il rapporto afferma che il presidente Zayed sarebbe rimasto sorpreso dalla risposta ottimistica di Netanyahu. Il quale gli avrebbe detto che Gerusalemme aveva la situazione sotto controllo a Gaza, che qualsiasi azione di Hamas si sarebbe probabilmente verificata in Cisgiordania e che Israele era preparato a qualsiasi scenario. Il rapporto afferma che la consapevolezza del presidente emiraitno riguardo alla minaccia di Hamas proveniva dallo stesso Sinwar. Il quale a metà del 2023 era frustrato dalla mancanza di progressi nei negoziati con Israele per il rilascio di prigionieri (Hamas all’epoca deteneva diversi israeliani che si erano avventurati a Gaza di propria iniziativa, oltre ai corpi di due soldati).

L’avvertimento di Sinwar

Di recente proprio Sinwar aveva ripetutamente chiesto a un importante interlocutore di Fatah di avvertire gli israeliani delle conseguenze qualora non avessero fatto progressi verso un accordo. «Dite agli israeliani che se non vanno avanti, sto preparando una grande sorpresa per loro», avrebbe detto Sinwar in una conversazione. «Ditegli di aspettarsi un terremoto». L’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha dichiarato che la notizia riportata da Haaretz è «vera». In un post su X, il leader del partito B’Yachad afferma: «La notizia pubblicata stamattina, secondo cui Netanyahu era stato avvertito 10 giorni prima del massacro del 7 ottobre delle intenzioni di Sinwar, è vera. Netanyahu ha la responsabilità personale e diretta del fallimento che ha portato alla morte di migliaia di israeliani durante il suo mandato».

Negligenza criminale

Il rivale di Netanyahu afferma che il suo «ignorare gli avvertimenti equivale a negligenza criminale, ed è per questo che sta facendo tutto il possibile per impedire l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale che porterebbe alla luce la verità». E aggiunge: «Non è sceso sul campo. Non ha allertato i vertici delle forze di sicurezza. Non ha preparato Israele a un attacco. E non ha convocato il governo».

 

ARTICOLO III

I poliziotti spacciatori di Anzio che hanno fatto sparire 25 chili di cocaina

Mauro Matalone, Antonello Pucci, Alessandro Fortunato, Sergio Forcina e Francesco Aversano sono adesso accusati di associazione per delinquere

 

Cinquanta chili di cocaina del valore di 2 milioni di euro. Pronta a finire sul litorale romano. Ma alla fine se ne trova solo la metà. «Si tengono la droga delle perquisizioni», era l’accusa degli spacciatori. A chi? Ai poliziotti di AnzioCinque di loro sono finiti in carcere: si tratta di figure centrali dell’ufficio di polizia giudiziaria – fra cui il responsabile – del commissariato di Anzio, comune del litorale già sciolto per mafia insieme a Nettuno.

I cinque poliziotti spacciatori di Anzio

La storia comincia con un’intercettazione che risale al febbraio 2024. A parlare Giancarlo Massidda e suo figlio Simone. Ovvero uno dei latitanti più pericolosi d’Italia. L’accusa alla polizia diceva proprio questo: si tengono la droga delle perquisizioni. Mauro Matalone, Antonello Pucci, Alessandro Fortunato, Sergio Forcina e Francesco Aversano sono adesso accusati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione, concorso esterno in associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, peculato, falso e concorso in cessione di sostanze stupefacenti fino all’accesso abusivo a sistemi informatici in uso alle forze di polizia. 17 gli episodi contestati.

25 chili di cocaina scomparsi

In due di essi è stata accertata la sottrazione di 20 mila euro. Uno spacciatore invece è stato costretto a lavorare per il gruppo, spacciando la droga sottratta durante i sequestri. Tra questa i 25 chili di cocaina mai più trovati, la metà del sequestro che risale allo scorso settembre. I cinque avrebbero utilizzato i soldi per compiere spese al di sopra delle reali possibilità. Si trovano ora in diverse strutture penitenziarie anche fuori Regione, nei prossimi giorni sosterranno l’interrogatorio di convalida.

 

ARTICOLO V

Le sanzioni ai coloni israeliani sono un primo passo contro l’inerzia dell’Unione europea, ma l’Italia non partecipa

Il ministro degli Esteri inglese, Ed Miliband, ha annunciato sanzioni contro i prodotti che provengono dagli insediamenti illegali nei territori occupati in Cisgiordania, un nuovo bando alle licenze per armi che “contribuiscono all’occupazione” e contro gli individui che promuovono la violenza dei coloni.

Il politico labourista è andato oltre ammettendo che i coloni israeliani stanno commettendo pulizia etnica a causa delle loro crescenti violenze contro i palestinesi.

Altri 11 Paesi, tra cui Francia e Canada, hanno accolto la proposta inglese bypassando di fatto lo stallo alla decisione di imporre sanzioni contro Israele da parte dell’Unione europea, a causa del veto di Italia e Germania.

Non si può rimanere indifferenti

“La Gran Bretagna non resterà in silenzio di fronte all’ingiustizia”, ha detto Miliband parlando al parlamento inglese. Il ministro ha definito “agonia” quella a cui sono costretti i palestinesi in Cisgiordania le cui case vengono distrutte dai coloni e dei medici di Gaza che non hanno potuto fornire le cure necessarie ai bambini palestinesi in punto di morte.

La decisione inglese si è resa urgente in seguito all’avvio del piano israeliano per estendere l’insediamento E1 a Gerusalemme Est, che dividerebbe in due la Cisgiordania, contro le condanne avanzate di violazioni del diritto internazionale. Le sanzioni saranno attuate entro nove mesi ma potrebbero essere posticipate in caso di cause legali.

Una svolta determinante

La decisione di Miliband, ebreo di nascita, sua madre, Marion Kozak, è una sopravvissuta all’Olocausto, rappresenta un punto di svolta per la politica estera inglese in Medio Oriente. E così con l’imposizione delle sanzioni alle colonie, Londra ha superato decenni di condanne solo verbali contro la violenza dei coloni, mai trasformatesi in provvedimenti concreti.

Anche i ministri degli Esteri conservatori, Alan Duncan e Alistair Burt, avevano definito la posizione inglese nei confronti delle colonie in Cisgiordania come “debole e ingenua”.

Dal canto suo, anche l’ex premier, Margaret Thatcher, che spesso ha dovuto bilanciare il suo sostegno incondizionato per Israele con un approccio più incline alle richieste dei Paesi arabi, aveva condannato la pratica delle colonie.

Le reazioni

Miliband ha rimandato al mittente gli avvertimenti del rabbino capo inglese. Sir Ephraim Mirvis ha definito le sanzioni “un giorno nero per gli ebrei inglesi”. Secondo lui, potrebbero incoraggiare le persone “a usare l’arma dell’odio contro gli ebrei britannici”.

Dal canto suo, Israele ha chiesto alla Gran Bretagna di chiudere il suo Consolato a Gerusalemme Est, entro 30 giorni. Non solo, lo staff inglese nella missione a Gaza, guidata dagli Stati Uniti, dovrà lasciare il Paese.

Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha confermato che alcuni deputati inglesi, incluso l’ex leader labourista, Jeremy Corbin, non potranno più entrare in territorio israeliano.

Il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha assicurato che Washington non seguirà le decisioni prese dal governo inglese. Non solo, l’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, ha definito il partito labourista come “pieno di odio verso gli ebrei”.

La fine della soluzione dei due Stati

Lo stesso Miliband ha citato l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania come la pietra tombale alla soluzione dei due Stati. Gran Bretgna e Francia hanno riconosciuto lo stato palestinese nel 2025 portando a 157 i Paesi membri delle Nazioni Unite che riconoscono la Palestina.

Ma fin qui uno stato palestinese indipendente resta solo sulla carta, in assenza di provvedimenti che limitino l’espansione delle colonie israeliane. Già l’accordo commerciale tra Gran Bretagna e Israele aveva impedito di imporre tariffe preferenziali per i beni importati dai territori occupati dopo il 1967.

Non solo, il ministero dell’Economia ha più volte sconsigliato di fare affari con le colonie israeliane. In quel contesto, prevalse l’approccio secondo cui Londra avrebbe potuto imporre sanzioni sulle entità coinvolte nelle violenze dei coloni ma non estenderle a chiunque lavorasse con esse.

L’autodeterminazione dei palestinesi

Miliband con questa decisione ha accolto l’opinione della Corte internazionale di giustizia (ICJ), secondo la quale l’occupazione israeliana è illegale. E così le sanzioni si estendono ai servizi forniti agli insediamenti illegali. Eppure, ancora molto resta da fare anche da parte della Gran Bretagna.

Per esempio, Miliband non ha ancora parlato di genocidio in riferimento all’uccisione di oltre 73mila palestinesi che va avanti dopo il 7 ottobre 2023 per mano dell’esercito israeliano (IDF). Non solo, si è espresso contro il movimento per il Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) che vorrebbe estendere le sanzioni all’intera economia israeliana.

Quali effetti avranno le sanzioni sull’economia israeliana

È prematuro stabilire quale sarà l’effetto delle sanzioni inglesi sull’economia israeliana. Di sicuro la velocità con la quale altri 11 Paesi hanno sostenuto la decisione inglese può far sperare in una maggiore pressione sull’economia israeliana. Ma il rischio principale per Tel Aviv è che si passi dalle sanzioni contro specifici prodotti alle aziende e alle istituzioni finanziarie di Tel Aviv.

Israele ha esportato 1,2 miliardi di dollari nel 2025, esclusi i diamanti, in Gran Bretagna. Il dato è già in diminuzione se confrontato con i 1,2 miliardi di dollari del 2024 (-3,6%). Per quanto riguarda invece i servizi, nel solo 2024, Israele ha esportato 2,9 miliardi in Gran Bretagna.

Gli scambi con le colonie

Tuttavia, secondo le stime dell’Israel Central Bureau of Statistics, gli scambi commerciali della Gran Bretagna con le colonie israeliane sono una piccola porzione degli 8,1 miliardi di dollari del commercio con Israele. Se si considera invece il totale degli scambi commerciali dei 12 Paesi, coinvolti nelle sanzioni, si raggiungono i 6,8 miliardi di dollari nel 2025, anche in questo caso gli scambi sono in calo rispetto all’anno precedente.

A questi dati vanno aggiunti 6,77 miliardi di dollari in servizi nel 2024, portando a 15 miliardi di dollari il valore totale degli scambi tra i Paesi che hanno imposto le sanzioni e Israele.

Quindi, anche se nell’immediato gli effetti per l’economia israeliana saranno minimi, nel lungo periodo la pressione delle sanzioni economiche da parte di mercati importanti per Tel Aviv potrebbe farsi sentire sull’economia locale.

L’estensione delle sanzioni alle aziende israeliane

Il vero problema per l’economia israeliana potrebbe arrivare dall’estensione del regime sanzionatorio alle aziende che fanno affari con le colonie, oltre i confini stabiliti nel 1967.

Questo potrebbe coinvolgere nelle sanzioni le principali banche israeliane, le aziende di costruzioni come Shikun, Sapir, Ashtrom, Electra, le aziende per le comunicazioni come Bezeq, Cellcom, e le compagnie energetiche come Paz, Belek, Sonol e altre compagnie di trasporti.

In questo contesto le banche europee potrebbero decidere che investire in Israele richiede dei controlli legali aggiuntivi e quindi considerare rischiosi i rapporti commerciali con il Paese.

Una violenza senza fine

Secondo i dati della Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, soltanto nel mese di agosto si sono registrati 2030 attacchi in Cisgiordania, 1402 sono opera di soldati dell’IDF e 628 di coloni israeliani. I raid si sono concentrati nelle città di Ramallah ed al-Bireh (157), a Nablus (137) e Hebron (120).

I coloni hanno cercato di stabilire solo lo scorso agosto 32 nuovi insediamenti illegali danneggiando oltre 21mila alberi (inclusi 19mila olivi). Oltre 164 palestinesi sono stati colpiti dalle violenze in Cisgiordania.

Così facendo, i coloni hanno costretto i palestinesi a lasciare 107 tra città e villaggi, da gennaio 2023 a oggi, con un incremento record nel 2026. Anche secondo i dati delle Nazioni Unite, il livello di violenza in Cisgiordania non ha precedenti, e dall’inizio dell’anno ha coinvolto 260 comunità palestinesi, con 3800 sfollati, 81 palestinesi uccisi e oltre 5mila feriti.

La decisione inglese di imporre sanzioni contro i coloni israeliani in Cisgiordania va nella giusta direzione. Il sostegno accordato da altri 11 Paesi, come Spagna e Irlanda, conferma che c’è una volontà diffusa tra i Paesi europei, e non solo, nel voler sanzionare l’economia israeliana a causa della pulizia etnica in corso a Gaza e in Cisgiordania.

Questo rende ancora più grave l’attendismo di Paesi come Italia e Germania che neppure hanno riconosciuto lo stato palestinese, nonostante i grandi movimenti contro il genocidio che hanno attraversato i due Paesi negli ultimi anni.

Per valutare l’efficacia e l’estensione delle misure sanzionatorie bisognerà aspettare alcuni mesi, di sicuro Miliband ha dimostrato di voler superare l’inerzia del suo predecessore, Keir Starmer, che si è dimostrato molto mite nel condannare la crescente violenza israeliana dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

ARTICLE VI

La minaccia militare come diplomazia, così Trump trasforma il mondo in bersaglio

C’è un dato che fotografa la trasformazione della politica estera americana sotto Donald Trump: 15 Paesi. Sono quelli che, nel corso delle sue due presidenze, sono stati colpiti militarmente, minacciati di attacco o indicati come possibili obiettivi. Sette — Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen — sono stati raggiunti da azioni militari durante il secondo mandato; altri otto — Canada, Colombia, Cuba, Groenlandia, Messico, Panama e Oman — sono entrati nella sfera delle minacce o delle ipotesi di intervento. 15 nazioni su 193. Statisticamente, il 7,7% di tutte le Nazioni Unite. Più del numero conta il metodo. Trump utilizza la minaccia militare come leva negoziale, strumento di deterrenza, pressione economica e comunicazione politica, lasciando confuso il confine tra ultimatum, trattativa e provocazione.

L’Iran al centro della nuova geografia della forza

Il caso più importante è l’Iran. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele avviano una campagna militare contro Teheran, trasformando in guerra aperta una crisi decennale legata al programma nucleare, ai missili iraniani e alle minacce rivolte a Israele. La geografia amplifica la posta in gioco. L’Iran, oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati tra Caucaso, Asia centrale, Iraq e Golfo Persico, controlla insieme all’Oman le due sponde dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas. Qualunque escalation nello Stretto diventa quindi immediatamente una crisi energetica globale.

Dal Medio Oriente all’Africa, fino al Venezuela

Iraq, Siria e Yemen rappresentano la rete regionale della politica militare americana. In Iraq Washington contrasta le milizie filoiraniane; in Siria opera contro il jihadismo e dentro una competizione che coinvolge Iran, Russia, Israele e Turchia; nello Yemen affronta gli Houthi, sostenuti da Teheran e capaci di minacciare le rotte del Mar Rosso. Nigeria e Somalia appartengono invece alla guerra contro il terrorismo jihadista, mentre il Venezuela porta la strategia trumpiana nell’America Latina. Qui sicurezza, narcotraffico e pressione sui governi considerati ostili si sovrappongono, con operazioni marittime contro presunti trafficanti che hanno già provocato oltre 200 morti secondo Associated Press. La forza americana, dunque, non si concentra più su un singolo teatro: si distribuisce lungo una geografia globale di crisi.

Quando la minaccia diventa diplomazia

Canada, Messico, Panama, Colombia, Cuba e Groenlandia appartengono a un’altra categoria. Non sono stati colpiti, ma sono diventati destinatari di minacce o pressioni. Anche qui la geografia pesa: la Groenlandia è strategica per Artico e risorse naturali, Panama controlla una delle principali infrastrutture commerciali del pianeta, mentre Canada e Messico sono direttamente collegati alla sicurezza del Nord America. L’Oman è il caso più paradossale. Alleato degli Stati Uniti ma interlocutore di Teheran, Muscat tenta di mediare sulla riapertura di Hormuz. Il 17 agosto Trump arriva a minacciare un attacco se il sultanato ostacola gli obiettivi americani. Ma proprio qui emerge il limite della strategia. Durante la guerra con l’Iran Trump formula ripetutamente minacce precise e poi rinuncia a trasformarle in azione, sostenendo di aver ottenuto segnali di progresso o l’apertura di trattative che Teheran sistematicamente smentisce facendosi beffe del fanfarone.

Bluff o nuova dottrina?

Quanto può ancora essere credibile una minaccia ripetuta senza conseguenze? Se produce negoziati, diventa uno strumento di pressione; se viene sistematicamente ignorata, perde valore deterrente. Per Washington la partita iraniana è particolarmente delicata: deve impedire a Teheran di raggiungere una capacità nucleare strategica, mantenere aperto Hormuz e trovare una via d’uscita dalla guerra prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Gli scenari sono tre: una nuova trattativa sul nucleare e su Hormuz; una guerra prolungata a bassa intensità; oppure un allargamento del conflitto ad altri Paesi del Golfo. La scommessa di Trump è poter utilizzare la minaccia della forza senza doverla trasformare continuamente in forza reale. Ma più lunga diventa la lista dei bersagli, più sottile diventa la linea che separa il bluff dalla strategia. E quando quella linea scompare, anche una minaccia pensata per negoziare — o per una speculazione elettorale — può trasformarsi nell’inizio di una guerra.

Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, che effetto le fanno bandiere di Hezbollah al sit-in di Roma contro la legge di contrasto dell’antisemitismo?

«Ho visto le bandiere e anche i politici, alcuni andati via. Una vergogna, una coltellata alla schiena. E mi chiedo come fanno gli esponenti della sinistra a pensare di scendere in piazza con queste frange che inneggiano a organizzazioni riconosciute come terroristiche anche dall’Unione Europea. È il triste segno di dove sta andando una certa sinistra. È barbarie».

ARTICOLO VII

Una coltellata. E il Pd va in piazza con le frange dell’odio

L’antisemitismo intanto è crescita costante e inquietante.

«Le notizie, gli episodi, sono ormai quotidiani. Sono caduti gli argini. Ma noi non abbassiamo la testa di fronte a questo fenomeno, agli individui che manifestano questo razzismo e alla politica che non li argina. Molti antisemiti non sanno di esserlo. E trovano spazio».

A cosa si riferisce?

«A una parte del mondo politico e giornalistico. A chi scrive falsità, a chi le diffonde, e a chi dà spazio a coloro che lo fanno».

Sul ddl, la segretaria generale Alessandra Costante le ha risposto che la Fnsi «non è antisemita, non lo è mai stata, mai lo sarà» e che non può essere considerato antisemitismo criticare le azioni dell’attuale governo israeliano.

«Quella dichiarazione fa acqua da tutte le parti quando rivendica il diritto di critica. Quella critica è il pane quotidiano per tutti noi. Ma un conto è la critica e un conto è l’incitamento all’odio. Criticare Israele non è il problema. Una proposta: facciamo un incontro. Parliamo del 7 ottobre e di quello che è successo lì».

I partiti che erano al sit-in…

«Avs, Amnesty, il sindacato che prende questa posizione. E il Pd, cosa è diventato? Votare contro sarebbe gravissimo. A tutti loro vorrei dire che la definizione Ihra è già stata adottata da 26 Paesi e non vieta alcuna critica. L’aveva adottata Conte che oggi ha una convenienza diversa. E la Ascari dice che la colpa di tutto è di Israele. Io sarei in pericolo per Israele?».

Cosa chiede oggi?

«Una rapida approvazione. Spero che anche alcuni ambienti cattolici prendano una posizione più forte. Il Papa lo ha fatto. Ho ricordato i moniti di Mattarella su questo. E dico che l’antisemitismo è una piaga, non solo per noi ma per tutto il popolo italiano e per la democrazia italiana».

Cosa pensa dell’ascesa di Afd?

«Un voto estremista, pericoloso, ma stiamo attenti anche a una deriva estremista di sinistra che c’è già. È a questa che si contrappone nel mondo questa deriva di segno opposto. Entrambe inquietano».

Crociata Pd e 5s contro Israele. “I coloni vanno sanzionati”

La grande tentazione di pescare nel bacino del nuovo antisemitismo per cercare consensi non è nuova per le forze di sinistra. Costa poco, pagano gli ebrei. Anche a Roma non si vede l’ora di mettere da parte il buon senso dimostrato dal governo italiano di concerto con quello tedesco,  per abbracciare questa linea così facile e retributiva, copiando dall’Inghilterra le sanzioni a Israele. L’ignoranza e il doppio standard fanno da sfondo.

L’ignoranza e il doppio standard fanno da sfondo =

L’ambizione a abbracciare una nuova crociata contro Israele si è subito manifestata dopo che in Inghilterra il ministro degli Esteri Ed Miliband, annunciando sanzioni ( alla Giudea e alla Samaria) , ha rovesciato sul suo parlamento la menzogna che Israele fa pulizia etnica di palestinesi e che è in atto un tentativo (ma certo, israeliano, dopo mille rifiuti palestinesi e dopo il 7 ottobre) di cancellare la soluzione dei due Stati, e dopo che Andy Burnham si è auto-lodato come cavaliere dei diritti umani, e questo avendo però ignorato tutte le violazioni più mostruose (Iran, Hezbollah, Hamas). Adesso che l’Inghilterra ha annunciato sanzioni ai prodotti della Giudea e della Samaria, ed è stata seguita da un codazzo di Paesi europei caratterizzati dalla caccia dei voti a sinistra, dalla paura della componente islamica, i capigruppo della commissione Esteri della camera di Pd, M5S e Avs hanno chiesto la calendarizzazione urgente della legge che copia le stesse sanzioni. La firmano tutti: Angelo Bonelli, Elly Schlein, Giuseppe Conte. Anzi, ritengono «vergognoso» che manchi proprio l’Italia. Non poteva mancare la relatrice Onu Francesca Albanese secondo cui altri stati dovrebbero seguire l’esempio del Regno Unito.

alla Giudea e alla Samaria =

Il documento del Campo largo parla di occupazione illegale e altre banali prove di ignoranza di chi scrive; e prova l’irresponsabilità di un gesto che ha come unica conseguenza quella di allargare ancora l’antisemitismo di massa che ha già avuta un’altra dimostrazione di forza nella manifestazione contro la legge sull’antisemitismo, in cui in Parlamento si sono portate le bandiere di Hamas e Hezbollah. Mancava l’Isis.

Perché è sbagliata la strada delle sanzioni? Intanto, i giovani accusati di atti violenti vanno puniti, ma al contrario dell’immagine propagandistica che se ne dà, sono una frazione dei 500mila abitanti dei Territori, i più svariati tipi culturali e sociali, che condannano le frange aggressive e sono vittime a loro volta di migliaia di attacchi terroristici palestinesi l’anno. Israele persegue i suoi delinquenti, alcuni in prigione, altri sotto processo. Ma la Giudea e la Samaria non sono territori «occupati illegalmente»: l’area era occupata, senza riconoscimento, dalla Giordania che attaccò Israele nel 1967 e fu sconfitta. Dopo una serie di tentativi da parte di Israele di consegnare la terra in cambio di pace, tutti rifiutati, negli anni ’93 e 95 gli accordi di Oslo stabilirono la divisione in zone a giurisdizione palestinese (A), mista (B) e Israeliana (C). Israele ha diritto di costruire e prosperare in zona C, dove si trova anche l’area di costruzione della strada E1, fra Gerusalemme e Malee Adumim. Quando i palestinesi tentano di espandersi in zona C, si creano i conflitti maggiori.

Milliband o la Schlein non disegneranno i confini di uno Stato palestinese. È ridicolo pensarlo: solo le due parti possono discuterne, e sembra che i palestinesi non ne abbiano intenzione. Espellere gli ebrei avrebbe lo stesso folle risultato della fuoriuscita da Gaza, un pre-Sinwar. Un altro errore inglese, riguarda i suoi cittadini: Israele ha salvato l’Inghilterra da spaventosi attentati, per esempio nel 2015 scoprì tre tonnellate e mezzo di nitrato di ammonio nascosto a Londra da Hezbollah. In base a quali infondati pregiudizi si vuole sfasciare un rapporto di sicurezza? Associare «pulizia etnica» e «genocidio» a Israele è una menzogna. Imporgli una resa, impensabile: il ministro degli esteri israeliano Gideon Saar, con la chiusura del consolato britannico a est Gerusalemme ha dato una prima risposta chiara.

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