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L’Iran non sta vincendo la guerra e sta anche perdendo il controllo di Hormuz: l’analisi oltre la propaganda del regime e dei media internazionali

 

La Repubblica islamica sta perdendo la sua influenza a Hormuz, ma è opinione comune che “l’Iran ha vinto”. Ma l’Iran non sta vincendo: in questa ultima fase della guerra. Teheran sta invece perdendo la principale leva strategica che si era creata, cioè il controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo una falsa narrazione l’Iran starebbe vincendo perché, nonostante settimane di bombardamenti americani e israeliani, il regime è ancora al potere, non ha accettato le concessioni richieste, conserva una capacità missilistica e continua a minacciare la navigazione attraverso Hormuz. Questa interpretazione, però, è fuorviante e semplicistica perché non tiene conto del cambiamento avvenuto soprattutto nell’ultima fase della guerra che ha prodotto la quasi completa distruzione dell’economia del paese già compressa da decenni di sanzioni.

Dobbiamo tener presente che per loro vincere vuol dire continuare ad esistere, a restare al timone. Vincere per gli ayatollah e i pasdaran significa non essere crollati, resistere. Nella dottrina strategica fondante della Repubblica islamica la pace con Washington, Israele e l’Occidente non è prevista. La politica estera iraniana ha due pilastri fondamentali a cui non può rinunciare: nucleare e guerra all’occidente. La sua è una necessità di sicurezza ontologica. L’ostilità verso l’America non è una merce di scambio; è il fondamento dell’identità del regime e del suo senso di legittimità. Qualsiasi accordo che imponga di abbandonarla rappresenta una minaccia esistenziale maggiore della guerra. È questo che fa dire a Teheran che sta vincendo la guerra. In Occidente sembra diffondersi tale propaganda del regime perché nessuno ha simpatia per Trump, quindi il fatto di dire dice che l’Iran ha vinto e che Trump ha fallito fa comodo. Analizziamo i motivi per cui, soprattutto in quest’ultima fase della guerra la Repubblica islamica sta attraversando un momento critico che potrebbe condurla alla disfatta.

Il conflitto, iniziato il 28 febbraio, si è sviluppato in quattro fasi. La prima è stata caratterizzata da sei settimane di intensi bombardamenti. La seconda si è aperta con il cessate il fuoco e i negoziati del 7 aprile, culminati nel memorandum firmato il 17 giugno da Donald Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nella terza fase, Teheran ha ripreso a colpire le navi mercantili nello Stretto, cercando di costringere Washington ad accettare il controllo iraniano su quella rotta strategica. In quel momento l’Iran sembrava avere riconquistato una sua deterrenza: la chiusura di Hormuz avrebbe potuto provocare un aumento dei prezzi dell’energia e perfino una crisi economica mondiale, obbligando gli Stati Uniti a fare marcia indietro. Da metà luglio, tuttavia, Washington ha modificato la propria strategia, aprendo la quarta fase della guerra. Gli Stati Uniti hanno imposto nuovamente il blocco militare ai porti iraniani, aumentando le sanzioni contro le esportazioni petrolifere di Teheran e intensificando le operazioni per liberare le rotte marittime e proteggere le navi commerciali. Questa strategia starebbe rovesciando i rapporti di forza. Le esportazioni petrolifere iraniane sono state fortemente limitate, mentre quelle degli altri produttori hanno ripreso a circolare. I prezzi dell’energia sono rimasti relativamente stabili e i flussi di petrolio attraverso Hormuz sarebbero tornati a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra. L’Iran non sarebbe quindi riuscito a provocare lo shock energetico necessario per piegare gli Stati Uniti.

La pressione si sta concentrando su Teheran. Il Paese era entrato nel conflitto già indebolito da anni di sanzioni e cattiva gestione economica. Ora l’economia iraniana dovrebbe contrarsi di oltre il 5%, mentre l’inflazione si avvicina al 70%. La valuta è crollata, i prezzi dei beni essenziali sono aumentati e oltre un milione di posti di lavoro sarebbero stati persi nei primi tre mesi di guerra. La capacità dell’Iran di proseguire il conflitto non dipende soltanto dai missili ancora disponibili, ma anche dalle risorse necessarie alle Guardie rivoluzionarie per mantenere il controllo interno. Prima della guerra, il regime era già sottoposto a una forte pressione popolare, alimentata dalla repressione e dalla crisi economica. L’eliminazione di gran parte della leadership iraniana, nella prima fase del conflitto, ha favorito il consolidamento delle Guardie rivoluzionarie e un’ulteriore repressione. Il blocco americano, invece, colpisce direttamente le risorse economiche indispensabili alla sopravvivenza del sistema.

Per la prima volta dalla Rivoluzione del 1979, l’Iran deve affrontare un embargo militare sulla sua principale via economica. Per uscire dall’isolamento dovrebbe smettere di minacciare le navi nello Stretto e abbandonare ciò che resta del programma di arricchimento nucleare, già in gran parte distrutto. Trump accetterebbe probabilmente un accordo simile, ma le Guardie rivoluzionarie considererebbero qualsiasi concessione una dimostrazione di debolezza capace di minacciare il loro potere. Teheran potrebbe reagire intensificando gli attacchi alle petroliere, colpendo le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo o utilizzando gli Houthi per ostacolare la navigazione nel Mar Rosso. Si tratterebbe, però, della ripetizione di una strategia che finora non ha raggiunto i propri obiettivi. Gli Stati del Golfo, pur temendo l’escalation, non sembrano disposti a cedere alle pressioni iraniane. Inoltre, i tentativi di bloccare Hormuz mediante droni, missili e mine vengono contrastati sempre più efficacemente dagli Stati Uniti. L’obiettivo dell’Iran era usare la chiusura dello Stretto per aumentare i prezzi dell’energia e della benzina negli Stati Uniti, danneggiare l’economia mondiale e costringere Trump a ritirarsi, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine. Questa previsione si starebbe rivelando sbagliata: il presidente americano appare più determinato del previsto e Washington è riuscita a ridurre l’efficacia della principale arma politica ed economica di Teheran.

L’Iran continua a sostenere che non rinuncerà mai all’arricchimento nucleare, alla propria influenza su Hormuz e alle milizie alleate nella regione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi afferma che blocco e sanzioni sono destinati a fallire. Tuttavia, nessun governo potrebbe resistere indefinitamente alla crescente pressione economica e militare. Teheran pensava di aver individuato il punto di rottura di Trump; ora potrebbero essere gli Stati Uniti a trovare quello del regime iraniano. La guerra è ancora lontana dalla conclusione e potrebbe proseguire a lungo. Mentre nelle prime fasi Washington agiva con obiettivi confusi e mutevoli, oggi la strategia appare più chiara: bloccare le esportazioni iraniane, garantire il passaggio delle navi commerciali, sottrarre a Teheran il controllo di Hormuz e costringerla a rinunciare all’arricchimento nucleare. L’Iran, dunque, non avrebbe vinto la guerra. Al contrario, starebbe perdendo la capacità di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz e di ricattare gli Stati Uniti e l’economia mondiale. Con il peggioramento della crisi interna e la progressiva riapertura delle rotte petrolifere, il nuovo equilibrio strategico favorirebbe Washington, non Teheran.

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Questo democratico sarà il prossimo Obama? Perché cresce l’entusiasmo per il 2028

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Questo democratico sarà il prossimo Obama? Perché cresce l’entusiasmo per il 2028

 

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Innocenzi contro l’Ordine dei giornalisti: “Obsoleto, liberticida e corporativo”. Oggi si presenta come giornalista ma non lo è

Obsoleto, liberticida e corporativo”. Così Giulia Innocenzi definiva l’Ordine dei giornalisti nel 2012. E spiegava anche perché, nonostante questa convinzione, fosse diventata praticante: “Solo per garantirmi il contratto Fieg-Fnsi”. Quattordici anni dopo Innocenzi si definisce “giornalista” sui propri social e come tale viene presentata anche sul sito della Rai, spiega Agricola, nelle pagine dedicate a Report. Eppure, secondo le risultanze consultabili dell’Albo, non risulta attualmente iscritta né tra i professionisti né tra i pubblicisti.

Nel maggio 2012 scriveva su Facebook: “Sono per l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti che è obsoleto, liberticida e corporativo e attualmente risulto come praticante perché Santoro è uno dei pochi che applica contratti giornalistici”. Un anno dopo provò comunque a entrarci. Nel 2013 Innocenzi, secondo le ricostruzioni, partecipò all’esame per diventare giornalista professionista, ma non superò la prova scritta. A raccontarlo all’epoca fu Fanpage, che pose una domanda piuttosto semplice: se si vuole abolire l’Ordine, perché sostenere l’esame per entrarci?

“La questione non è tanto la bocciatura”, scriveva Fanpage, ricordando che anche colleghi autorevoli erano stati fermati dall’esame. E molti, pur essendo autorevoli giornalisti, non sono iscritti: “Perché Giulia Innocenzi vuole diventare giornalista professionista visto che è a favore dell’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, ente di diritto pubblico ad iscrizione obbligatoria?”.

Innocenzi si presenta come giornalista, lavora per Report e firma inchieste dedicate alla zootecnia e agli allevamenti ma, come ha spiegato Il Giornale, è stata anche finanziata da privati che avevano interessi nel settore del vegano. Allo stesso tempo promuove la raccolta del 5 per mille per sostenere le proprie attività. C’è inoltre Food for Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi finanziato anche attraverso contributi privati. Un intreccio che merita di essere ricostruito e approfondito, soprattutto per capire se esistano sovrapposizioni tra chi ha finanziato il documentario e i soggetti o gli interessi raccontati successivamente nei servizi televisivi

ARTICOLO 5

Treasury USA, il fondo sovrano norvegese pronto a tagliare 80 miliardi di dollari

Il fondo sovrano norvegese, che ha asset per 2.300 miliardi di dollari, ha proposto una revisione del portafoglio di titoli di Stato che potrebbe portare a ridurre di circa 80 miliardi di dollari le partecipazioni nei Treasury Usa. Lo scopo sarebbe aumentare i rendimenti.

Norges Bank Investment Management ha indicato in una lettera inviata martedì al ministero delle Finanze norvegese la raccomandazione di ridurre dal 70% al 50% il peso dei titoli di Stato nell’indice obbligazionario del fondo. Secondo stime dell’FT, le proposte ridurrebbero di circa 106 miliardi di dollari l’esposizione complessiva del fondo ai titoli di Stato di tutto il mondo, con la maggior parte del taglio concentrata sui Treasury. Poco meno del 26% del fondo complessivo è investito in strumenti a reddito fisso.

Il selloff sui bond e la paura dell’inflazione

La proposta arriva in un momento di preoccupazione per l’aumento dei livelli di debito pubblico e per il selloff sui mercati obbligazionari globali in corso quest’anno, mentre la guerra degli Stati Uniti con l’Iran alimenta i timori sull’inflazione. Il segretario al Tesoro Scott Bessent è intervenuto più volte sul mercato dei Treasury durante l’estate, ma i rendimenti restano ai massimi da anni.

Una minore allocazione ai Treasury sarebbe compensata da acquisti di prodotti a reddito fisso più rischiosi, in particolare strumenti di debito come i mortgage-backed securities. Gli Mbs sono in gran parte garantiti da agenzie governative, significa che l’esposizione della Norvegia al rischio di un default del governo statunitense verrebbe ridotta solo in misura modesta. Offrono tuttavia rendimenti leggermente superiori rispetto ai Treasury, a causa del rischio che i mutui vengano rimborsati anticipatamente.

I titoli Mbs emessi dalle agenzie sono «garantiti da Fannie Mae, Freddie Mac e Ginnie Mae e la qualità creditizia è vicina a quella dei titoli di Stato statunitensi», riporta la lettera. La missiva, firmata da Ida Wolden Bache, governatrice di Norges Bank, e Nicolai Tangen, amministratore delegato di Nbim, è stata inviata in risposta alle domande poste all’inizio dell’anno dal ministero delle Finanze sul ruolo e sul peso del portafoglio obbligazionario del fondo.

 

L’esposizione al dollaro Usa rimarrebbe «sostanzialmente invariata» nonostante le proposte. Secondo la lettera, l’esposizione al dollaro diminuirebbe di 0,5 punti percentuali. Le proposte arrivano dopo le dichiarazioni rilasciate ad aprile dal ministro delle Finanze Jens Stoltenberg, secondo cui il fondo «non ha intenzione di ridurre l’esposizione agli Stati Uniti», nonostante alcuni parlamentari norvegesi abbiano suggerito che il fondo sia eccessivamente esposto agli asset Usa.

La proposta di Nbim prevede di ridurre di 12,2 punti percentuali l’esposizione del fondo ai Treasury Usa, aumentando al contempo di 11,4 punti percentuali le partecipazioni in strumenti statunitensi a reddito fisso diversi dai titoli di Stato. Secondo le stime del Financial Times, questo fatto comporterebbe una riduzione di 80 miliardi di dollari dell’allocazione ai Treasury.

Più titoli di Stato giapponesi

L’allocazione ai gilt britannici rimarrebbe invariata, mentre la posizione in titoli di Stato giapponesi aumenterebbe di 2,8 punti percentuali (dopo che il decennale è salito a poltre il 3%).

Il fondo, che dispone di oltre 2.000 miliardi di dollari di asset accumulati attraverso la vendita delle ingenti risorse petrolifere del Paese scandinavo, investe sui mercati esteri e viene utilizzato per attenuare le fluttuazioni di breve termine del bilancio nazionale e per risparmiare in vista di futuri investimenti nell’economia norvegese.

Il portavoce di Nbim ha precisato che la lettera costituisce soltanto un «parere», nell’ambito di raccomandazioni più ampie che un «Consiglio di esperti» presenterà al ministero delle Finanze entro gennaio. Il ministero presenterà le proprie raccomandazioni definitive al Parlamento nella primavera del 2027. La lettera propone di adattare il Bloomberg Global Aggregate bond index trasformandolo in un indice suddiviso a metà tra titoli di Stato e altre forme di debito dei mercati sviluppati, come i mortgage-backed securities e le obbligazioni emesse dalle banche di sviluppo.

La lettera propone inoltre di seguire l’esempio di altri grandi fondi sovrani, ponderando i titoli di Stato in proporzione al valore di mercato del debito invece che in base al Pil degli emittenti. (riproduzione riservata)

ARTICOLO VI

Immigrazione, l’Arabia Saudita deporta 15mila persone in una settimana (il 58% sono etiopi)

 

L’Arabia Saudita ha deportato 14.905 persone nell’ambito di una vasta operazione nazionale contro le violazioni delle norme su soggiorno, lavoro e sicurezza delle frontiere e gli etiopi rappresentano la maggioranza degli stranieri fermati mentre tentavano di entrare illegalmente nel Paese.

La campagna di controlli, condotta tra il 20 e il 26 agosto, ha portato all’arresto di 14.434 persone, secondo quanto riferito dal ministero dell’Interno saudita. Nel dettaglio, 6.976 persone sono state fermate per violazioni delle norme sulla residenza, 4.110 per infrazioni alle regole sulla sicurezza delle frontiere e 3.348 per violazioni delle disposizioni sul lavoro.

Etiopi in maggioranza tra gli arrestati al confine

A colpire, soprattutto, sono i dati relativi agli ingressi irregolari, dei 1.450 stranieri arrestati mentre tentavano di entrare illegalmente in Arabia Saudita, il 58% era di nazionalità etiope. I cittadini yemeniti rappresentavano invece il 41%, mentre il restante 1% era composto da persone di altre nazionalità. E altre 44 persone sono state fermate mentre tentavano di lasciare illegalmente il Paese.

L’Arabia Saudita è una delle principali economie del Medio Oriente e rappresenta una delle destinazioni più importanti per i lavoratori migranti provenienti dall’Africa e dall’Asia. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2025 l’economia saudita è cresciuta del 4,6%, sostenuta dall’aumento della produzione petrolifera e dalla crescita delle attività non legate al petrolio.

L’intensificazione dei controlli arriva mentre Riyadh prosegue nell’applicazione delle norme sull’immigrazione e sul lavoro, parallelamente all’attuazione del programma Vision 2030, che ha aumentato la domanda di manodopera nei settori dell’edilizia, dell’ospitalità, della logistica e in altre attività.

Quasi 30mila persone ancora sottoposte alle procedure

Oltre alle 14.905 deportazioni già completate, le autorità saudite hanno avviato le procedure per altri 18.914 cittadini stranieri, affidandoli alle rispettive rappresentanze diplomatiche per ottenere i documenti di viaggio necessari mentre altre 2.867 persone erano invece in attesa di completare le procedure per il rimpatrio.

Complessivamente, 29.938 espatriati, tra cui 27.957 uomini e 1.981 donne, risultavano ancora sottoposti alle procedure legate alle violazioni delle norme sull’immigrazione e sulla residenza.

Durante l’operazione sono state inoltre fermate 27 persone accusate di aver trasportato, ospitato o dato lavoro a individui che violavano le norme sulla residenza, sul lavoro o sulla sicurezza delle frontiere.

L’operazione rientra in una più ampia serie di campagne di controllo condotte in tutto il Paese contro le violazioni delle norme sull’immigrazione e sul lavoro e contro chi favorisce la permanenza irregolare degli stranieri.

Operazioni analoghe hanno portato a migliaia di arresti e deportazioni anche nei mesi precedenti: nella settimana conclusa il 19 agosto, le autorità avevano registrato oltre 14mila arresti, mentre in luglio e maggio le operazioni settimanali avevano portato, in singoli casi, a più di 10mila deportazioni.

Le autorità saudite hanno inoltre avvertito che chi facilita l’ingresso illegale nel Paese, trasporta o nasconde persone prive dei requisiti di soggiorno rischia fino a 15 anni di carcere, una multa fino a un milione di riyal sauditi e la confisca dei veicoli o degli immobili utilizzati per commettere le violazioni.

ARTICOLO VII

Fuga dei cervelli, gli stipendi più alti del 60% alla base del mancato ritorno. Ma l’Italia attrae i laureati stranieri: oltre la metà resta

 

La mobilità dei nostri “dottori” delinea uno scenario complesso in cui l’Italia recita la doppia parte di Paese “donatore” di talenti e di inatteso bacino di accoglienza per le risorse estere. I dati del Rapporto AlmaLaurea 2026 sugli esiti occupazionali dei laureati – evidenziato nei suoi tratti salienti dal portale Skuola.net – rivelano, infatti, una realtà a due velocità.

Se la cosiddetta “fuga dei cervelli” italiani appare inarrestabile, spinta soprattutto da retribuzioni estere che superano quelle nazionali del 60%, questa trova un contrappeso nella stanzialità dei laureati stranieri formati nella Penisola, con ben il 56,2% rimane a lavorare in Italia a cinque anni dal titolo.

Dinamiche che, in ogni caso, sono influenzate anche dal percorso di studi svolto, dal background d’origine e genere, con le donne straniere che guidano il radicamento sul territorio italiano.

Ma andiamo per ordine. Ogni anno, migliaia di giovani lasciano l’Italia: questo è un fatto. I numeri sono chiari: tra i laureati del 2024 – quelli analizzati da AlmaLaurea per la realizzazione del suo focus sul tema, allegato al Rapporto 2026 – si stima un flusso in uscita verso l’estero di ben 7.800 unità a un anno dal titolo.

A livello generale, a dodici mesi dalla laurea, lavora oltreconfine il 3,0% dei laureati triennali e il 5,4% di quelli magistrali. Percentuali che, a cinque anni dal titolo (prendendo a riferimento i laureati del 2020), salgono rispettivamente al 5,1% e al 6,3%.

La fuga d’oro: all’estero si guadagna il 60% in più e il rientro è un miraggio

La spinta che porta i laureati italiani a varcare i confini è, come detto, anzitutto economica. AlmaLaurea mostra un divario retributivo netto: a un anno dal titolo, chi lavora all’estero percepisce in media 2.290 euro netti al mese, contro i 1.452 euro di chi resta in Italia (+57,6%). Una forbice che si allarga a cinque anni, arrivando a un +59,9% con buste paga medie di 2.941 euro mensili oltre confine a fronte dei 1.840 euro racimolabili sul territorio nazionale. Inoltre, l’estero garantisce tempi di inserimento nel lavoro più rapidi (5,7 mesi contro 6,7).

Basterebbero questi dati per spiegare perché l’emigrazione sia una scelta a lungo termine. Interrogati sulla possibilità di tornare, il 37,0% dei laureati italiani all’estero definisce tale scenario “molto improbabile” e il 31,5% “poco probabile”: per quasi sette laureati su dieci (68,5%), il rientro entro cinque anni è dunque un miraggio. Solo il 15,4% ritiene il rientro “molto probabile”, mentre il 15,7% non si esprime.

Anche le ragioni dell’addio sono chiare: il 29,8% degli emigrati è partito per la mancanza di opportunità di lavoro adeguate in Italia, il 29,1% per aver ricevuto un’offerta interessante da aziende estere, e l’11,5% per la carenza di fondi per la ricerca in Italia.

 

L’altra faccia della medaglia: l’Italia trattiene i talenti stranieri

Dall’altro lato della medaglia, se la fuga dei neolaureati italiani è una ferita aperta, il sistema universitario mostra parallelamente un’insospettabile capacità di ritenzione dei cittadini stranieri che compiono nel nostro Paese il percorso accademico. A un anno dal titolo “italiano”, il 67,9% dei laureati stranieri con diploma estero sceglie di rimanere a lavorare in Italia, quota che a cinque anni si attesta al 56,2%.

Questo flusso di permanenza è guidato in larga parte da una forte componente femminile. Se a un anno dal titolo non si registrano differenze significative tra i generi, a cinque anni emerge un divario netto: gli uomini stranieri scelgono più frequentemente l’emigrazione o il rientro in patria (lavora all’estero il 47,3% di loro), mentre le donne mostrano una spiccata tendenza alla stanzialità. Solo il 38,5% delle laureate straniere lavora fuori dall’Italia a cinque anni, il che significa che oltre il 61% preferisce stabilizzarsi nel nostro mercato del lavoro, riducendo la mobilità una volta inserita nel tessuto italiano.

 

L’identikit di chi parte: i fattori che incentivano la “fuga”

Tornando ai nostri “cervelli in fuga”, l’analisi di AlmaLaurea consente di tracciare pure un identikit preciso di chi sceglie la via dell’estero. Si tratta dei profili accademici più brillanti: lavora all’estero il 5,6% dei laureati con voti d’esame più elevati (contro il 3,4% di chi ha voti inferiori), e il 5,0% di chi si laurea in corso (o con al massimo un anno di ritardo rispetto al piano di studi) rispetto al 2,4% di quanti ci mettono più tempo a conseguire il titolo.

Inoltre, chi ha studiato per un periodo all’estero durante l’università – partecipando, ad esempio, al programma Erasmus – mostra (a cinque anni dalla laurea) una propensione a lavorare oltreconfine del 13,0% rispetto al 2,8% di chi non ha mai viaggiato.

Sulla scelta di partire, però, pesano anche la provenienza geografica e l’estrazione socio-culturale. Emigrano soprattutto i laureati del Nord (6,1% a cinque anni contro il 2,1% del Sud) e chi ha alle spalle famiglie con genitori laureati (5,6% degli italiani e 42,6% degli stranieri). Chi proviene da contesti meno scolarizzati tende, invece, a rimanere in Italia per lavoro.

Mentre analizzando le lauree che predispongono di più alla “fuga”, in testa troviamo soprattutto quelle delle aree tecnologiche: a cinque anni lavora all’estero il 13,0% dei laureati in Informatica e ICT, il 10,3% dei dottori in ambito Scientifico e il 9,0% in Ingegneria industriale.

I laureati stranieri che rimangono in Italia, invece, appartengono principalmente a settori strategici per il nostro welfare, come l’area Medico-sanitaria e Farmaceutica (dove resta il 73,6% a cinque anni) oppure quella di Architettura e Ingegneria civile (68,5% di stanzialità).

ARTICOLO VIII

La pensione? La passo all’estero. Ecco i numeri e i Paesi scelti dagli italiani per risparmiare

«La migrazione previdenziale è una tendenza strutturale», spiega il report Istat “gli italiani all’estero” mettendo nero su bianco come a lasciare l’Italia non sono solo i giovani. I pensionati che scelgono di godersi la pensione all’estero lo fanno sia per vantaggi di natura fiscale, sia perché spostandosi ottengono un costo della vita inferiore a quello italiano, il che consente loro di beneficiare di un potere d’acquisto superiore a parità di trattamento pensionistico. A questi fattori di natura economica si affiancano motivazioni familiari, legate dunque anche al ricongiungimento con figli o nipoti già residenti all’estero.

Entrando nel vivo dei numeri, al 31 dicembre 2024 i cittadini italiani residenti all’estero titolari di un trattamento pensionistico risultano essere 347mila e il 54% ha scelto un altro paese Europeo per trascorrere la pensione. Segue poi il 39,6% che ha guardato verso il continente americano, il 3,6% l’Oceania, l’1,8% l’Africa e l’1,1% l’Asia.

Entrando più nel dettaglio, la Spagna (13.000) e il Portogallo (4.000) sono tra i paesi con la maggiore presenza di pensionati italiani residenti, destinazioni che risultano favorite per ragioni legate al costo e alla qualità della vita o a benefici fiscali. Al di fuori dei confini europei si segnala la Tunisia, con 3.000 pensionati italiani, il 91,5% dei quali è nato in Italia, seguito dalla Croazia (3mila) e la Romania (2.500).

Il luogo di nascita come variabile

Infine, il report Istat analizza anche la distribuzione per luogo di nascita che varia significativamente in funzione del Paese di residenza, riflettendo l’evoluzione storica dei flussi migratori degli italiani. Tra i principali Paesi europei, dove risiede la maggior parte dei pensionati italiani, troviamo infatti Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Regno Unito. In questi paesi la quota di nati in Italia oscilla tra l’80% e il 90%. In America centro-meridionale, invece, la quota di pensionati nati in Italia si ferma al 36,5%. Questo dato evidenzia non solo la presenza di emigrati di prima e seconda generazione che beneficiano di pensioni erogate anche dall’Italia, ma pure l’elevata incidenza di individui che hanno acquisito la cittadinanza italiana per discendenza e che oggi percepiscono un trattamento pensionistico.

ARTICOLO VIV

Italiani all’estero, con la riforma sulla cittadinanza del 2025 meno neonati italiani in Argentina e in Brasile

Complici le nuove e più stringenti norme sulla cittadinanza per discendenza, nel 2025 le nascite di italiani all’estero sono crollate. La battuta d’arresto è stata brusca: sono passate dalle 26mila registrate nel 2024 a 16mila, con una contrazione del 37,1 per cento. Il calo interessa prevalentemente l’America (-55%), e soprattutto l’area centro-meridionale del continente (-59,7%). E dato che i decessi, al contrario, sono rimasti sostanzialmente stabili, il saldo naturale è risultato positivo di appena 3mila unità, a fronte delle 13mila dell’anno precedente. Il risultato è un deciso rallentamento della crescita del numero di italiani residenti fuori dai confini nazionali. A segnalarlo è un report dell’Istat pubblicato il 3 settembre.

A pesare sul drastico calo delle nascite, secondo l’Istituto, è stata anche «la nuova normativa sulla cittadinanza, entrata in vigore nel 2025, che ha ristretto i casi di trasmissione automatica della cittadinanza italiana per discendenza (iure sanguinis) ai figli nati all’estero».

Il decreto sulla cittadinanza è stato convertito in legge a maggio 2025 e ha introdotto limitazioni all’esercizio dello ius sanguinis. Nello specifico prevede che i discendenti di cittadini italiani, se nati all’estero, otterranno automaticamente la cittadinanza solo per due generazioni, limitando questa possibilità unicamente a chi ha almeno un genitore o un nonno nato nel nostro paese.

Il calo delle nascite è risultato particolarmente drastico in America centro-meridionale. In Brasile e in Argentina, paesi che storicamente accolgono un’ampia comunità di italiani, nel 2025 è stato registrato un crollo rispettivamente del 66,6% e del 55,8 per cento. È stata significativa anche la riduzione in Europa (-33,2%), con diminuzioni particolarmente marcate nel Regno Unito (-44,2%), in Germania (-42,7%) e in Spagna (-34,4%). Più contenuti, invece, pur restando rilevanti, i cali rilevati in Africa (-20,2%), Asia (-16,6%) e Oceania (-11,8%).

Il numero di italiani residenti all’estero, quindi, nel 2025 è aumentato, ma a un ritmo più lento rispetto all’anno precedente: dal +4,6% registrato nel 2024 si è passati a un +2,8 per cento. I dati pubblicati dall’Istat indicano che il totale, al 31 dicembre 2025, ammonta a 6 milioni e 604mila, per un aumento di 183mila unità rispetto all’inizio dell’anno. Crescono sia gli uomini, che costituiscono il 51,6% della popolazione italiana all’estero (sono 3 milioni e 406mila), sia le donne, che ammontano in totale a 3 milioni e 197mila unità.

Il rallentamento della crescita deriva dalla riduzione del contributo della dinamica naturale, dovuto a un tasso di natalità degli italiani all’estero «particolarmente basso», che si attesta al 2,5 per mille, neanche la metà di quello che si registra sul territorio italiano (6 per mille). Spiccano in questo senso i connazionali residenti in Asia (8,3 per mille) e in Africa (5,1 per mille), anche se si tratta di aree con un peso contenuto sul totale delle nascite. Il tasso è nettamente inferiore in Europa, dove si ferma al 3,5 per mille. A livello continentale, i valori più elevati si rilevano nei Paesi Bassi (4,8 per mille) e in Svizzera (4,2 per mille). I dati riguardanti l’America, complice anche una struttura per età della popolazione più anziana, sono significativamente inferiori: 1 per mille nell’intero continente e 0,9 per mille nella sola America centro-meridionale.

Anche il tasso di mortalità all’estero è nettamente inferiore rispetto a quello registrato sul suolo della penisola ed è pari al 2,1 per mille, meno di un quinto di quello osservato in Italia (11,1 per mille). Le marcate differenze che si riscontrano su base territoriale sono da attribuire alla struttura anagrafica delle comunità italiane residenti nei vari continenti. La mortalità risulta inevitabilmente più elevata nei paesi europei di più antica emigrazione, come Francia (4,8 per mille), Germania e Svizzera (4,2 per mille entrambi), dove la popolazione italiana è più anziana In generale, l’Europa è caratterizzata dal valore più elevato, con un tasso del 3,3 per mille, seguita da Africa (2,9 per mille), Asia (1,6 per mille), America settentrionale (1,0 per mille) e America centro-meridionale (0,5 per mille). Il livello più basso, invece, si registra in Oceania, con lo 0,4 per mille.

Sono in aumento, seppur lieve, i decessi tra gli italiani all’estero, in crescita del 2,4%, per un totale di 13mila unità. La maggior parte di essi si concentra in Europa (85,6%). Segue l’America con l’11,2 per cento. L’incremento dei decessi riguarda in particolar modo l’Africa (+24,6%), l’Asia (+19,0%) e l’America settentrionale (+8,9%). La crescita è molto più contenuta in Europa, con un +3 per cento.

Nel 2025 si è assistito a un netto calo degli espatri: sono stati 109mila, il 22,7% in meno rispetto all’anno precedente. La causa principale, secondo l’Istat, è l’eccezionale numero di iscrizioni all’Aire registrato nel 2024 a seguito dell’introduzione di regole più stringenti: «La nuova normativa ha determinato una forte concentrazione delle registrazioni nel 2024, amplificando di conseguenza la riduzione osservata nel confronto con il 2025».

Sono diminuiti anche i rimpatri, seppur in misura minore: sono stati circa 56mila (-3,4%). Il saldo migratorio con l’estero resta quindi positivo, attestandosi a circa 53mila unità, quasi 30mila in meno rispetto al 2024.

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Sono partito per l’Australia 12 anni fa e vorrei tornare, ma l’Italia non mi sembra cambiata

La redazione di Fanpage.it raccoglie le testimonianze di chi ha deciso di lasciare l’Italia e cambiare vita. Se anche tu hai una storia da raccontare al nostro giornale, puoi farlo cliccando a questo link.

Sono partito 12 anni fa, nel 2014, per l’Australia. Ho scelto di andare via per tanti motivi, ero giovane, volevo fare un’esperienza all’estero, imparare l’inglese. All’epoca lavoravo già nelle costruzioni, ma in maniera precaria e senza contratto. Quindi, ho fatto come hanno fatto e fanno ancora tanti”.

Alessandro, 41 anni, originario della provincia di Caserta, comincia così a raccontare a Fanpage.it la sua storia di italiano all’estero. Ci spiega che in questi anni lontano dall’Italia ha viaggiato molto, visitato tanti Paesi, vissuto anche in Nuova Zelanda e ottenuto la cittadinanza australiana.

“Ma con gli anni, visto che non sono sposato e non ho figli, sto mettendo sul piatto diverse cose, la lontananza dalla famiglia e dalla mia terra iniziano a pesarmi molto”, aggiunge. Il 41enne spiega che vorrebbe tornare in Italia per stare vicino ai suoi genitori e per il “bisogno di tornare a casa”.

Un desiderio che, tuttavia, teme di non poter realizzare. “Vedo che nel nostro Paese si respira la stessa aria, c’è un po’ un pessimismo generale e uno stato di rassegnazione nelle persone. Ci sono sicuramente problemi di lavoro e di soldi, ma noi italiani pensiamo anche che le cose non possano mai cambiare“, commenta.

Ed effettivamente, secondo Alessandro, che ogni tanto rientra nel nostro Paese, “è cambiato poco o niente. Nel mondo del lavoro non esiste meritocrazia o non ci si può reinventare. Contano le conoscenze e le raccomandazioni, cosa che in Australia non esistono, dove non contano l’età o l’esperienza pregressa”.

“Io vengo da un mondo, quello delle costruzioni, dove l’ambiente non è il massimo e, come accade anche in altri settori, in molte realtà non vogliono farti crescere, non mettono in regola i lavoratori. È una situazione che demoralizza chi invece vorrebbe fare di più”.

Alessandro ribadisce il fatto che “ci sono tante persone che vorrebbero tornare, ma sono bloccate perché si dicono: ‘Se rientro, che faccio?’. Allo stesso tempo però poi viviamo male questa condizione perché i genitori invecchiano, non vorremmo stare via per sempre”.

“In altri Paesi ci sono condizioni di lavoro migliori e il rapporto tra salari e costo della vita è superiore. Perché non siamo come loro? Perché dobbiamo andare altrove quando potremmo avere le stesse condizioni?”, si chiede Alessandro.

“Molti adesso mi risponderanno: ‘Tornatene da dove sei venuto finché sei in tempo’ o ‘Chi te lo fa fare di tornare in Italia?’. Ma io non voglio pensarla cosi”, prosegue il 41enne.

“Appartengo a quella categoria moderna di viaggiatori che sono andati all’estero da soli, lontano dalla famiglia e dalla propria cultura, ma non è facile vivere e lavorare all’estero. – aggiunge ancora – Dopo che hai fatto tante esperienze metti sul piatto non solo il valore economico ma anche quello umano”.

Se dà un lato c’è chi dice ad Alessandro di non rientrare, dall’altro c’è anche chi resta stupito dal fatto che abbia lasciato l’Italia: “All’estero molti ci invidiano per quello che abbiamo. – racconta – Ogni tanto mi sento dire da gente che ha visitato il nostro Paese: ‘Ma chi te lo fa fare stare all’estero? Tu vieni dall’Italia’. Ma un conto è viverci, un altro è andarci in vacanza”.

“Il problema è che o te ne vai o accetti tutto quello che ti viene imposto, compromessi e situazioni che sono sbagliate, lo vedo da fuori. – conclude – Io vorrei tornare perché l’Italia è il mio Paese e i miei genitori stanno invecchiando. Ma bisognerebbe cambiare tutto questo“.

 

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