ARTICOLI COPIATI PER MOTIVI DI STUDI 

Francia, Mélenchon vuole cancellare 600 miliardi di debito: si può fare?

Jean-Luc Mélenchon torna all’attacco del debito pubblico francese con una proposta destinata a infiammare la campagna per le presidenziali del 2027: cancellare una quota consistente dei titoli di Stato detenuti dalla Banque de France, pari a circa il 18% del debito pubblico e a oltre 600 miliardi di euro.

L’idea non è nuova. Il leader della sinistra radicale francese l’aveva già avanzata durante la pandemia di Covid-19, quando le banche centrali avevano acquistato enormi quantità di titoli pubblici per sostenere le economie. Ora, con il debito francese nuovamente al centro delle preoccupazioni dei mercati, Mélenchon l’ha rispolverata in piena corsa verso l’Eliseo.

Durante un comizio ha sintetizzato la proposta con una formula volutamente provocatoria: prendere il 18% detenuto dalla banca centrale francese e “buttarlo nel fuoco”. L’obiettivo è semplice: ridurre il peso del debito e creare spazio per finanziare maggiori investimenti e spesa pubblica.

Ma il punto è proprio questo: si può davvero cancellare quel debito? E soprattutto, la Francia ci guadagnerebbe davvero?

I 600 miliardi che Mélenchon vuole cancellare

La proposta parte da un dato reale. Una parte significativa del debito pubblico francese è nei bilanci dell’Eurosistema, acquistata negli anni dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali nell’ambito dei programmi di acquisto di titoli.

Nel caso francese, la Banque de France detiene circa il 18% del debito pubblico, per un valore nell’ordine di 600 miliardi di euro. Mélenchon sostiene che cancellando questi titoli lo Stato potrebbe liberarsi di una parte del proprio fardello senza dover chiedere sacrifici ai cittadini.

Il problema è che la Banque de France non è semplicemente una banca dello Stato francese che può decidere autonomamente di stracciare i titoli che possiede. È parte dell’Eurosistema, sotto la guida della Banca centrale europea, e deve operare nel quadro dei trattati europei.

Ed è proprio qui che la proposta si scontra con il primo ostacolo: quello giuridico e istituzionale.

Perché la cancellazione non è così semplice

L’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea vieta alle banche centrali di concedere finanziamenti monetari direttamente agli Stati. Una cancellazione unilaterale dei titoli detenuti dalla banca centrale francese aprirebbe quindi un conflitto con le regole dell’Eurozona.

L’ex commissario europeo Thierry Breton ha contestato proprio questo punto, sostenendo che la Banque de France non può decidere autonomamente di cancellare i titoli di Stato presenti nel proprio bilancio.

Anche il governo francese ha reagito duramente. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha definito la proposta una ricetta per una nuova crisi finanziaria, avvertendo che un’operazione del genere potrebbe mettere in discussione la credibilità della Francia sui mercati.

Il timore è molto concreto: se gli investitori percepissero la cancellazione come una forma di ristrutturazione forzosa del debito, potrebbero chiedere interessi più elevati per continuare a finanziare Parigi.

E la Francia, proprio in questo momento, non può permettersi facilmente di pagare di più.

Il vero problema: la Francia deve continuare a chiedere soldi ai mercati

Nel 2026 Parigi deve raccogliere centinaia di miliardi di euro sui mercati per rifinanziare il debito esistente e finanziare il deficit. Secondo il governo francese, il fabbisogno di emissioni per l’anno arriva a circa 310 miliardi di euro.

Per questo la parola più importante nella disputa non è necessariamente “debito”. È fiducia.

Se un Paese cancella una parte del proprio debito, gli investitori possono chiedersi cosa impedisca di fare lo stesso in futuro. E se aumenta il premio al rischio richiesto per acquistare titoli francesi, il costo degli interessi sale.

Un problema particolarmente delicato per un Paese che già deve fare i conti con un deficit elevato e con un rapporto debito/Pil superiore al 116%. La Banque de France prevede che, senza ulteriori misure di risanamento, il rapporto possa continuare a crescere fino a raggiungere il 122% del Pil nel 2028.

Ma cancellare il debito farebbe davvero risparmiare la Francia?

Qui entra in scena uno dei passaggi più interessanti della discussione.

Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha sostenuto che l’effetto economico netto della cancellazione sarebbe molto più piccolo di quanto suggerisca la cifra di 600 miliardi.

Il motivo è contabile, ma fondamentale.

Quando la Banque de France detiene titoli di Stato francesi, lo Stato paga interessi alla banca centrale. Ma la banca centrale, a sua volta, trasferisce allo Stato i propri profitti. Se quei titoli venissero cancellati, il governo non dovrebbe più pagare quegli interessi, ma la Banque de France smetterebbe anche di incassare quei proventi e quindi di trasferire i relativi profitti allo Stato.

In altre parole, una parte del presunto risparmio si annullerebbe da sola.

È la ragione per cui Blanchard ha definito “idiota” il dibattito sulla cancellazione, sostenendo che il problema non è tanto il beneficio contabile dell’operazione quanto il rischio di alimentare aspettative e illusioni su una soluzione facile al problema del debito.

Pigasse sta con Mélenchon

Non tutti, però, sono d’accordo.

A difendere apertamente la proposta è Matthieu Pigasse, uno dei più noti banchieri d’affari francesi e una figura vicina alla sinistra. Pigasse, che ha lavorato su diverse ristrutturazioni del debito sovrano, ha sostenuto pubblicamente che la cancellazione dei titoli detenuti dalla banca centrale potrebbe avvenire senza conseguenze economiche o finanziarie significative.

La sua posizione ha però provocato uno scontro pubblico con Blanchard.

Per Pigasse il problema è soprattutto politico: il cosiddetto “muro del debito” sarebbe stato utilizzato per giustificare politiche di austerità e limitare gli investimenti pubblici. Per i suoi critici, invece, la cancellazione non elimina il problema: rischia semplicemente di spostarlo dal bilancio dello Stato alla credibilità finanziaria del Paese.

La Francia arriva alle urne con il debito al centro

La discussione arriva in un momento particolarmente delicato per l’economia francese.

Il debito pubblico è ormai uno dei principali temi della campagna per le presidenziali del 2027. Il Paese deve contemporaneamente ridurre il deficit, finanziare la spesa sociale e trovare risorse per investimenti considerati strategici, dalla difesa all’intelligenza artificiale.

A complicare tutto c’è una situazione politica frammentata, con un’Assemblea nazionale priva di una maggioranza stabile e governi costretti a negoziare ogni passaggio di bilancio.

Intanto i mercati guardano alla Francia con crescente attenzione. Il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni ha superato il 4,1%, mentre lo spread con i titoli tedeschi si è ampliato. La Francia è ormai diventata una delle principali fonti di preoccupazione per gli investitori europei.

E il primo grande confronto economico della campagna, organizzato dal Medef, ha già mostrato quanto il tema sia destinato a dominare la corsa all’Eliseo. Mélenchon propone di alleggerire il debito; Marine Le Pen, invece, ha cercato di presentarsi davanti agli imprenditori come la candidata capace di riportare sotto controllo i conti pubblici.

Cancellare il debito? La vera partita è un’altra

La proposta di Mélenchon ha quindi un elemento di verità e uno di forte semplificazione.

È vero che la Banque de France detiene una quota enorme del debito francese. È vero anche che, sul piano puramente contabile, cancellare quei titoli cambierebbe alcune poste nei bilanci dello Stato e della banca centrale.

Ma non significa che la Francia si ritroverebbe magicamente con 600 miliardi di euro in più da spendere.

La questione centrale è cosa accadrebbe alla fiducia degli investitori, alle regole dell’Eurozona e al costo futuro del finanziamento dello Stato. Ed è proprio su questo punto che le posizioni si dividono radicalmente.

Per Mélenchon e Pigasse, cancellare il debito detenuto dalla banca centrale è un modo per liberare spazio di manovra. Per i loro avversari è invece una scorciatoia pericolosa, che potrebbe trasformare un problema di sostenibilità dei conti pubblici in un problema di credibilità finanziaria.

Con le presidenziali del 2027 all’orizzonte, la Francia si prepara dunque a discutere non soltanto quanto debito abbia, ma soprattutto una domanda molto più politica: quanto può ancora spendere senza perdere la fiducia di chi continua a prestarle denaro?

ARTICOLO 2

Il debito americano perde il suo status di bene rifugio. Ora i mercati chiedono il conto

Osservando il tasso d’interesse di riferimento sul debito del Tesoro statunitense a 30 anni, i tassi d’interesse a lungo termine sono aumentati. Qualsiasi variazione dei prezzi potrebbe essere dovuta a diverse ragioni:

1) le aspettative di inflazione futura stanno spingendo gli investitori in titoli del Tesoro a richiedere un rendimento più elevato;

2) poiché il debito del governo statunitense continua a crescere, aumenta il rischio percepito associato a tale debito;

3) l’aumento della produttività derivante dai recenti sviluppi nelle tecnologie dell’informazione sta facendo crescere la domanda di capitale e, di conseguenza, i tassi d’interesse;

4) i tassi d’interesse più elevati non sono un fenomeno esclusivamente statunitense, ma globale, e richiedono quindi una spiegazione globale; e così via.

Hanno Lustig sostiene una spiegazione basata sul rischio in «[America’s Risky Debt: What Markets See That Policymakers Don’t](https://www.economicstrategygroup.org/publication/americas-risky-debt-what-markets-see-that-policymakers-dont/)» (Aspen Economic Strategy Group, agosto 2026, di prossima pubblicazione in The American Economy in a New Era, a cura di Melissa S. Kearney e Luke Pardue).

Lustig presenta diversi elementi a sostegno di una spiegazione basata sul rischio. Per esempio:

Se i titoli di Stato statunitensi sono percepiti come più sicuri rispetto ad altri asset, il governo degli Stati Uniti dovrebbe poter pagare un tasso d’interesse inferiore rispetto agli altri debitori. Fino a circa il 2020, questo schema era valido. Negli ultimi anni, tuttavia, gli investitori sembrano considerare i Treasury statunitensi come molto più rischiosi rispetto alle alternative; infatti, il Wall Street Journal ha riferito lo scorso autunno che alcune grandi aziende statunitensi, come Microsoft e Johnson & Johnson, sono riuscite a prendere denaro a prestito sul lungo periodo a tassi inferiori rispetto al governo degli Stati Uniti.

Un altro fenomeno legato al rischio è quello della «fuga verso la sicurezza» (flight to safety): in sostanza, quando i prezzi delle azioni scendono o il rischio aumenta in qualche altro modo, gli investitori si dirigono verso l’asset considerato sicuro per eccellenza, cioè i titoli del Tesoro statunitense. Detto in altro modo, i rendimenti di azioni e obbligazioni presentano una correlazione negativa. Anche in questo caso, il fenomeno è rimasto valido fino a circa il 2020. Ora, però, la correlazione si è invertita e i rendimenti delle azioni e dei Treasury statunitensi si muovono nella stessa direzione — proprio ciò che ci si aspetterebbe da due asset esposti a rischi simili.

I responsabili della gestione delle riserve presso le banche centrali di tutto il mondo consideravano un tempo il debito del Tesoro statunitense il principale asset sicuro: «I gestori delle riserve estere consideravano i Treasury statunitensi il principale asset sicuro, destinando più del 70% delle riserve valutarie mondiali allocate ad attività denominate in dollari. … Sulle scadenze più lunghe, gli investitori globali sembrano ora preferire la sicurezza delle obbligazioni estere dei Paesi del G10». (Il G10 è l’abbreviazione con cui si indica un gruppo di 11 Paesi ad alto reddito: quando la Svizzera vi aderì molti anni fa, decisero di non cambiare il nome.)

Dietro le quinte, gli effetti sono evidenti. Per esempio, poiché il Tesoro degli Stati Uniti ha dovuto pagare tassi d’interesse più elevati sui prestiti a lungo termine, ha iniziato a spostarsi verso finanziamenti a più breve scadenza. Un problema del ricorso a finanziamenti a breve termine, naturalmente, è che si prevede di rifinanziarli — vale a dire, di prendere nuovamente in prestito il denaro, ancora e ancora. In questo modo, il governo statunitense, in qualità di debitore, non sta fissando così spesso i tassi a lungo termine, ma è invece maggiormente esposto alle oscillazioni dei tassi d’interesse a breve termine.

Una quota crescente del debito del Tesoro statunitense viene acquistata dagli hedge fund, che a loro volta utilizzano questi titoli come base per diverse strategie finalizzate a ottenere profitti, spesso con orizzonti temporali piuttosto brevi. Questi investitori sono diversi, per esempio, dalle compagnie di assicurazione sulla vita, che tradizionalmente acquistavano obbligazioni del Tesoro a lungo termine per assicurarsi di poter far fronte agli impegni di lungo periodo nei confronti degli assicurati. Se gli hedge fund smettessero di domandare una quantità altrettanto elevata di debito del Tesoro, i tassi d’interesse sul debito aumenterebbero ulteriormente.

Come scrive Lustig:

Il detentore estero marginale dei Treasury statunitensi non è più un gestore di riserve di una banca centrale, ma un investitore privato sensibile al rendimento: principalmente banche estere, gestori patrimoniali e hedge fund … [G]li investitori in Treasury con una domanda meno sensibile al prezzo si sono ritirati. Il deficit è stato colmato da investitori privati con leva finanziaria, la cui domanda è più elastica rispetto al rendimento e più fragile nelle fasi di stress.

Lustig sostiene che la Federal Reserve sia diventata gradualmente, passo dopo passo, coinvolta nel mantenere i tassi d’interesse sui prestiti del Tesoro più bassi di quanto sarebbero altrimenti. Secondo lui, è arrivato il momento che la Fed faccia un passo indietro rispetto ai mercati obbligazionari. Se il governo statunitense continuerà a registrare enormi disavanzi — il che implica un indebitamento più rischioso — dovrà anche affrontare i tassi d’interesse più elevati che ne derivano.

Nessuno degli elementi presentati da Lustig suggerisce che una catastrofe o un crollo del debito del Tesoro statunitense siano imminenti. Tuttavia, questi elementi indicano che sui mercati finanziari mondiali si stanno accendendo alcune spie gialle in relazione alla rapida crescita del debito del governo statunitense.

ARTICLE 3

«Ho lasciato il lavoro e mi sono trasferita in Grecia: pensavo fosse la vita perfetta, poi ho scoperto il lato nascosto della “slow life”»

Quante volte, in vacanza, viene voglia di restare lì per sempre? Un espresso al bar, cene deliziose che durano ore, un ritmo di vita che sembra fatto per la felicità: la Grecia è la cartolina perfetta della vita lenta. Ma cosa succede quando quella cartolina diventa la propria quotidianità? Kathleen O’Donnell, statunitense originaria di Boston, ha provato a dare una risposta a questa domanda: ha lasciato il lavoro, si è trasferita ad Atene nel 2022 e ha scoperto che la fantasia mediterranea, vissuta ogni giorno, ha un prezzo che in vacanza non si vede.

Una scelta radicale

O’Donnell aveva lasciato il proprio lavoro per poter viaggiare. Fu proprio in quel periodo che scoprì Atene, e le è piaciuta così tanto che alla fine dell’anno speso a esplorare il mondo ha deciso di trasferircisi. «Sono cresciuta a Boston, ma mi sono innamorata di Atene la prima volta che ci sono stata», racconta. Nel 2022 ha ottenuto la residenza in Grecia e, qualche anno più tardi, ha acquistato un appartamento nel centro della capitale. «Adoro la mia vita ad Atene», dice, «ma ho imparato che la realtà di una vita lenta è molto diversa dalla fantasia».

La questione di agosto

Uno dei primi ostacoli riguarda il mese di agosto. Nel suo quartiere, racconta la donna, «quasi tutti i negozi e la maggior parte di bar e ristoranti chiudono per almeno due settimane», mentre gli abitanti di Atene si spostano verso isole e villaggi per le ferie. «Per molti americani l’idea di prendersi almeno due settimane consecutive di ferie suona romantica», ammette, «e capisco il fascino: non ero mai riuscita a prendere così tanti giorni liberi mentre vivevo negli Stati Uniti».

CAPISHE HONA TYPE

Il rovescio della medaglia, però, è organizzativo: «Devo sbrigare qualsiasi pratica burocratica con largo anticipo, pianificare con cura la spesa e fare i conti con tempi di attesa più lunghi sui mezzi pubblici per gli orari estivi ridotti». O’Donnell ricorda anche che non tutti possono permettersi questo ritmo così lento: «Ho conosciuto persone nel settore del turismo che lavorano 14 ore al giorno nei mesi di punta dell’estate — un altro lato negativo della vita qui, e un promemoria del fatto che non tutti possono godere dei benefici della “slow life”».

Le “regole” del fine settimana

Anche il fine settimana segue regole diverse rispetto a quelle a cui era abituata in America. La domenica, spiega, «la maggior parte dei supermercati, dei negozi e persino delle grandi catene internazionali nel mio quartiere sono chiusi», e diversi negozi più piccoli abbassano la saracinesca in anticipo già al sabato. «La corsa per sistemare tutto dopo una lunga settimana di lavoro è reale», ammette, «raramente me ne sto a letto a sorseggiare con calma un caffè il sabato mattina». Non manca però un lato positivo: «Sono contenta che ci sia un giorno in cui quasi tutti sono liberi», dice, spiegando di apprezzare che in Grecia la domenica sia dedicata agli amici e alla famiglia più che alle commissioni — anche se, ammette, «ogni tanto mi manca la comodità di poter fare la spesa di domenica».

Il “domani” in Grecia

Un altro adattamento culturale riguarda il concetto stesso di tempo. Dai lavori di ristrutturazione dell’appartamento ai servizi di consegna, O’Donnell ha imparato che quando qualcuno in Grecia promette di passare «ávrio», cioè domani, non si tratta di una data certa. «Di solito significa “più avanti”: magari domani, se tutto va per il verso giusto, o tra qualche giorno, una settimana, o prima della fine dell’estate», spiega. «”Domani” è spesso seguito da un “dipende” e da un’alzata di spalle». Quella flessibilità, aggiunge, «è meravigliosa quando dipende da te — ma quando aspetti giorni un elettricista per avere le luci funzionanti nel tuo nuovo appartamento, può essere frustrante». Uno scarto netto, sottolinea, rispetto a Boston, «dove “domani” significava di solito proprio il giorno dopo».

Vale comunque la pena

Nonostante le difficoltà pratiche, O’Donnell non ha dubbi sul bilancio complessivo della sua scelta. «Nonostante ci siano parti della mia vita qui che non sono proprio l’ideale, amo profondamente vivere in Grecia», racconta. «Mi piace che i miei amici qui facciano piani spontanei, last minute, per un caffè, invece di segnarmi in agenda con un mese di anticipo. Non c’è niente che ami di più di una cena di quattro ore in una notte d’estate calda, in cui il cameriere non ci fa mai fretta per liberare il tavolo, o passare tutta la domenica in spiaggia a leggere un libro». La fantasia di una vita perfettamente lenta nel Mediterraneo, conclude, «resta comunque una fantasia: quello che è idilliaco in vacanza può essere molto diverso quando è lì che costruisci la tua vita».

ARTICOLO IV

Il vero motivo per cui non arriviamo a fine mese: ecco gli errori che ci svuotano il conto senza accorgercene e come evitarli (Family planning and Finance)

 

In un Paese in cui oltre metà delle famiglie vive sotto pressione economica e parlare di soldi è ancora un tabù, Marco Casario prova a riportare il denaro in una dimensione più umana. Investitore professionista e divulgatore tra i più seguiti in Italia sui suoi canali YouTube e Instagram, Casario ha trasformato anni di confronto diretto con migliaia di persone nel libro I 4 Pilastri dell’Indipendenza Finanziaria (Hoepli): un manuale pratico, accessibile e profondamente emotivo, che aiuta il lettore a riconciliarsi con il denaro e con se stesso.

Come è nata l’idea del libro?

«L’idea del libro nasce quasi da un mio capriccio: ero stanco di sentire sempre frasi come non arrivo a fine mese o non riesco a risparmiare perché non guadagno abbastanza. All’inizio pensavo fossero scuse, poi, dopo aver lanciato il percorso gratuito Pace Finanziaria e aver parlato con migliaia di persone, ho capito che solo una piccola parte vive situazioni davvero limite. La stragrande maggioranza ha semplicemente poca consapevolezza di cosa accada nelle proprie finanze. Da qui ho deciso di raccogliere tutto in un libro che non raccontasse solo la mia esperienza ma anche le vite finanziarie che ho avuto modo di incrociare».

Può spiegarmi quali sono i quattro pilastri dell’indipendenza finanziaria di cui parla?

«Prima di tutto, indipendenza finanziaria non significa essere ricchi o vivere ai Caraibi con un cocktail in mano. Significa avere controllo e consapevolezza. Ho identificato un ordine preciso per arrivarci.

Il primo pilastro è il reddito: senza reddito costante non si può fare nulla, ed è fondamentale diversificarlo.

Il secondo è il controllo: monitorare il bilancio personale, capire dove va ogni euro.

Il terzo è il risparmio: solo conoscendo i propri centri di costo si può costruire un fondo di emergenza, che è la base di tutto. Il quarto è l’investimento: una volta costruite le fondamenta, si può iniziare a far lavorare il capitale».

Nel libro insiste molto sul fondo di emergenza. Da dove si parte per costruirlo?

«Il primo passo è monitorare le spese: distinguere quelle essenziali da quelle non essenziali. Serve per capire quanto è davvero indispensabile per vivere e dove si può intervenire senza peggiorare la qualità di vita.

Poi occorre stabilire un tasso di risparmio: all’inizio anche il 5–10% va bene, poi si arriva al 15–20%.

È fondamentale aprire un conto separato, senza bancomat, dove versare automaticamente la quota di risparmio il giorno stesso in cui arriva lo stipendio. Il fondo di emergenza deve coprire almeno 3–6 mesi di spese essenziali, ma è soggettivo: il mio, ad esempio, copre 18 mesi. E soprattutto deve essere liquido: non si investe un fondo di emergenza, perché serve per le emergenze vere».

Molti sostengono che lasciare i soldi fermi, ossia non investirli, li esponga all’inflazione. Lei cosa ne pensa?

«È vero, l’inflazione erode il denaro fermo, ma è un compromesso necessario. Il fondo di emergenza non può essere troppo grande proprio per questo motivo. Se diventa più consistente si può valutare una scala obbligazionaria, ma è un livello avanzato e comunque resta il fatto che il fondo deve essere accessibile velocemente. Questa è la regola su cui tutti concordano».

Una volta costruito il fondo di emergenza, da dove dovrebbe partire chi vuole iniziare a investire?

«Se si conosce poco la finanza, meno si fa e meglio è. I mercati non sono lì per regalarci soldi, ma per toglierceli. La soluzione più semplice è un piano di accumulo su un ETF globale — un All World — per orizzonti di 15, 20, 30 anni. Se poi la materia interessa e si vuole approfondire, si può costruire un portafoglio più articolato aggiungendo oro, obbligazioni, diversificando meglio l’asset allocation. È un percorso graduale: saltare le tappe aumenta solo il rischio di perdere denaro. La prima regola è preservare il capitale».

Nella sua esperienza, quali sono gli errori più comuni tra le persone che dicono di non riuscire ad arrivare a fine mese?

«Gli errori sono quasi sempre emotivi, non tecnici. Il primo è confondere desiderio e bisogno: si spende per colmare un vuoto, non per necessità. Il cervello non è progettato per gestire il denaro con razionalità, e oggi siamo circondati da “predatori” come social network ed e-commerce che sfruttano leve emotive potentissime.

Un altro errore è non avere automatismi: se bisogna ricordarsi ogni mese di risparmiare, si perde in partenza. La forza di volontà non è uno strumento finanziario. Servono sistemi automatici. Infine molte coppie, pur vivendo insieme, spendono come due single: zero coordinamento. Così i costi raddoppiano e il patrimonio si dimezza».

Che cosa ha scoperto sulle dinamiche economiche nelle coppie?

«È stata una delle scoperte più sorprendenti: tantissime crisi e separazioni hanno una radice economica. È un problema enorme, emerso con grande forza sia a livello statistico sia emotivo. La soluzione non è la stessa per tutti: io e mia moglie, per esempio, abbiamo un conto condiviso per le spese comuni ma manteniamo i nostri conti personali. Altre coppie mettono tutto insieme, altre tutto separato ma pianificano comunque insieme. Il punto non è dove si mettono i soldi, ma il fatto di parlarne. Il denaro è un tabù antico: siamo cresciuti con due idee tossiche — non si parla di soldi e non si dice quanto si guadagna. Così arriviamo alla vita di coppia senza strumenti emotivi per gestire il secondo tema più importante dopo l’amore. Lo stress finanziario è oggi la seconda causa di separazione dopo l’infedeltà».

Come valuta il fatto che in Italia si parli ancora così poco di investimenti e risparmio, proprio mentre il sistema pensionistico mostra segnali di cedimento?

«Per me è l’allarme principale. Il primo atto di ribellione verso il sistema economico e pensionistico è la consapevolezza. Non serve diventare economisti, basta capire l’ABC: come funziona il denaro, chi lo controlla e qual è il ruolo dello Stato. Oggi lo Stato non può più proteggerci come un tempo: welfare e pensioni non reggeranno. Serve proteggersi da soli, rompere i tabù, parlare di soldi con partner, figli, colleghi, insegnanti.

Il vecchio copione — studia, trova un lavoro stabile e il sistema ti premierà — è fallito. Le nuove generazioni lo vedono chiaramente: lavorano più dei loro genitori, spesso hanno studiato di più, eppure fanno fatica perfino a comprare casa. Il paradigma è cambiato: ora serve consapevolezza finanziaria per cambiare rotta».

ARTICOLO V

La rivelazione choc sul processo a Eichmann: «Adenauer infiltrò un agente per proteggere il suo braccio destro»

COPIATO DALLA CORRIERE DELLA SERA > PER MOTIVO DI STUDIO

BERLINO –  Se c’è un prima e un dopo nella nostra conoscenza della Shoah — lo sterminio degli ebrei —, è il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann. Eppure, quel procedimento che si è svolto a Gerusalemme davanti alle tv di tutto il mondo nel 1961 — un evento globale che mise i tedeschi di fronte alla loro colpa — ha continuato ad avere i suoi enigmi, le sue pagine oscure.

L’ultima rivelazione è clamorosa, ma molto autorevole. Il governo federale tedesco infiltrò un suo agente nel processo Eichmann. E con un compito ben preciso: tenere fuori dal dibattimento Hans Globke, il capo della Cancelleria di Konrad Adenauer, e altri collaboratori del regime nazista. È la ricostruzione di uno dei maggiori storici tedeschi contemporanei, Klaus-Dietmar Henke, anticipata dalla Süddeutsche Zeitung.

Che i servizi tedeschi avessero provato a condizionare il caso Eichmann era opinione comune. La Germania era rinata sotto la guida di Adenauer, ma in quei primi anni Sessanta non aveva ancora fatto i conti con il passato, tanti nazisti erano riusciti a riciclarsi. E a Gerusalemme — così si ragionava allora nella capitale Bonn — si doveva giudicare una sola persona, l’architetto della soluzione finale, non rivoltare ogni pietra. L’azione che misero in piedi era poderosa, ma ne furono a conoscenza forse cinque persone. E se si scopre solo ora, è perché nel 2025 è deceduto a Monaco l’ultimo testimone, l’avvocato Dieter Wechtenbruch, a 94 anni. Era lui l’agente infiltrato, nome in codice «Laqueur», o V-7461. Ed altri non era che l’assistente dell’avvocato di Eichmann, Robert Servatius. Nei filmati di allora, è il giovane avvocato cosmopolita che affrontava la stampa: e che poi per tutta la vita si tenne stretta questa missione e questo segreto.

La ricerca dello storico Henke — grazie in parte al materiale desecretato da Angela Merkel — è rigorosissima. L’agente «Laqueur» fu presentato al difensore di Eichmann da una rete di ex nazisti, sotto il controllo del capo dei servizi BND. Di fatto, con l’ingresso nel team del giovane avvocato, la difesa di Eichmann diventò «una casa di vetro» per il governo Adenauer. A lui fu chiesto solo di riferire ai superiori, per quanto alla fine dovesse anche intervenire, «correggendo» la strategia legale.

Per Adenauer fu essenziale che il nome di Hans Globke — fidatissimo consigliere, ma già chiacchierato in patria — non fosse esposto a processo, né sulla stampa internazionale. Un giurista finissimo: però aveva scritto i commentari alle leggi di Norimberga del 1936, la base giuridica della persecuzione degli ebrei. Adenauer lo salvò (ritenendolo una persona che aveva cercato di mitigare gli eccessi del regime hitleriano) come amnistiò, chiudendo gli occhi, una parte dell’apparato del Nsdap, quel «cuore nero» della Cdu che tollerò in nome della lotta al comunismo.

È interessante anche il ruolo del premier israeliano Ben Gurion. Quando si ipotizzò di convocare Globke, il primo ministro in persona dissuase il procuratore dal farlo. La Germania doveva grandi somme di riparazione allo Stato ebraico: il realismo e il rapporto con Adenauer prevalsero. E come Ben Gurion annotò nel suo diario, al procuratore che gli chiese se agiva per motivi politici, rispose: «Certamente». Per ironia della sorte, Dieter Wechtenbruch — «Laqueur», V-7461, o come lo si voglia chiamare — era anche una delle fonti di Hannah Arendt, la filosofa ebrea che seguì per quattro mesi il processo e che lo cita più volte nel suo capolavoro, «La banalità del male». Lo ritenne una persona capace e intelligente, senza venir mai sfiorata dal sospetto di avere a che fare con un doppio-giochista, un avvocato che era anche l’infiltrato dei servizi tedeschi.

ARTICOLO VI

Un antico manoscritto cifrato conservato nella biblioteca Vaticana è stato finalmente decifrato grazie all’intelligenza artificiale

Nella biblioteca Vaticana esiste un manoscritto chiamato il cifrario Borg che da 400 anni cerca di essere tradotto senza successo. Il documento conterrebbe antichi rimedi per il corpo umano e segreti per costruire armi letali e, per evitare accuse di stregoneria, sarebbe stato scritto utilizzando un complesso sistema di simboli, lettere romane e caratteri arabi. Per secoli storici e studiosi hanno cercato inutilmente di decifrarlo, finché l’intelligenza artificiale non ha finalmente permesso di svelarne il contenuto.

Il cifrario di Borg

Il manoscritto, risalente probabilmente al Seicento, è composto da circa 400 pagine. A eccezione di alcuni frammenti in latino e italiano, il testo è quasi interamente cifrato tramite simboli astrologici. La prima pagina del volume aveva inizialmente fatto pensare a un testo scritto in arabo. Tuttavia, poiché le parole non risultavano comprensibili né in arabo, né in persiano o turco, gli studiosi hanno approfondito le analisi filologiche scoprendo che si trattava in realtà di latino trascritto con caratteri arabi. Una volta decifrato, il contenuto del manoscritto si è rivelato estremamente vario.

Il testo è infatti suddiviso in due grandi sezioni molto diverse tra loro: una dedicata alla medicina e una alle armi. Nella prima parte il libro assume la forma di un ricettario medico, con descrizioni di sintomi e cure per numerose malattie. Tra i rimedi compaiono sciroppi ottenuti dalla macerazione di erbe medicinali e preparati a base di vino rosso. Successivamente il manoscritto cambia completamente argomento, trasformandosi in una sorta di manuale bellicoincentrato sulla costruzione di bombe.

Molti sono i manoscritti ancora da tradurre

Secondo alcune stime riportate dalla BBC, circa l‘1% dei documenti conservati negli archivi e nelle biblioteche di tutto il mondo sarebbe completamente o parzialmente crittografato. Non tutti i cifrari sono impossibili da tradurre: nel caso del Cifrario Borg, ad esempio, a ogni simbolo corrispondeva una lettera dell’alfabeto romano. Tuttavia molti testi presentano sistemi più complessi, spesso arricchiti da simboli ingannevoli creati appositamente per confondere chi tenta la decifrazione.

La difficoltà aumenta soprattutto quando non si conosce la lingua originale in cui il testo è stato codificato. Per questo motivo molti manoscritti restano ancora oggi avvolti nel mistero. Eppure questi documenti possono contenere informazioni preziose sulla società del passato, dalle conoscenze mediche ai dettagli della vita privata, fino a segreti politici o amorosi che gli autori desideravano mantenere nascosti. Decifrarli potrebbe quindi cambiare il modo in cui interpretiamo alcuni personaggi ed eventi storici.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale sta accelerando enormemente il lavoro di decifrazione dei manoscritti antichi. I sistemi utilizzati vengono addestrati su numerose lingue, alfabeti e stili di scrittura appartenenti a epoche diverse. Una volta caricata l’immagine di un documento, l’AI individua automaticamente blocchi di testo e singole righe, analizzando poi ogni carattere per convertirlo in formato digitale. I cifrari più semplici possono essere decifrati studiando la frequenza con cui compaiono determinati simboli e confrontandola con quella delle lettere nelle diverse lingue. Grazie a questi strumenti, gli studiosi sperano ora di riuscire a comprendere molti testi storici rimasti indecifrabili per secoli. L’intelligenza artificiale potrebbe dunque rappresentare la chiave per riportare alla luce conoscenze dimenticate del passato.

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ARTICOLO VII

Chi è Gesù secondo l’Islam?

Gesù è una delle figure più influenti e riconosciute della storia, venerato da miliardi di persone di diverse fedi. Sebbene sia comunemente associato al cristianesimo, il suo ruolo nell’Islam è altrettanto profondo, anche se spesso meno conosciuto. Nell’Islam, Gesù (chiamato Isa) non è visto come il Figlio di Dio, ma come un profeta e un messaggero di Allah eletto in modo divino. Egli occupa uno status unico tra i profeti, e la tradizione islamica lo descrive come un operatore di miracoli, un maestro di saggezza divina e un giusto servitore di Dio.

Ma quali sono le differenze nel modo in cui Gesù è visto nell’Islam rispetto al credo cristiano? E cosa dice il Corano sulla sua vita, i suoi miracoli e il suo destino? Cliccate su questa galleria per scoprirlo.

Oltre il Cristianesimo

Gesù è ampiamente riconosciuto nel cristianesimo, ma il suo rilievo si estende anche al di fuori di esso, in particolare nell’Islam. Nella tradizione islamica, egli è uno dei più grandi profeti, con titoli come “Messia”, “Parola di Dio” e “Spirito di Dio”. Sono onori che nemmeno Maometto riceve.

Hadith

Gran parte delle scritture religiose dell’Islam è costituita dagli hadith, che sono resoconti di discorsi, azioni o approvazioni del profeta Maometto. Sono una fonte fondamentale degli insegnamenti islamici, insieme al Corano. Gli hadith aiutano a interpretare la legge, le credenze e le pratiche islamiche e variano in termini di autenticità e affidabilità.

Una connessione speciale

Secondo un noto hadith, Maometto (nella foto) ha descritto Gesù come il profeta a lui più vicino sia in questo mondo che nell’aldilà. Gesù è tenuto in grande considerazione nell’Islam ed è legato a Maometto come nessun altro profeta.

Una figura importante

Gesù è citato 93 volte nel Corano, ma anche altre figure come Mosè, Noè, Adamo, Abramo e Giovanni Battista ricevono menzioni significative. Il suo rilievo è notevole, ma la sua unicità nell’Islam risiede in altri aspetti della sua storia.

Il miracolo della nascita

La nascita di Gesù è straordinaria nell’Islam, poiché è stato concepito miracolosamente da una vergine, Maria. La storia è simile nel cristianesimo, ma l’Islam afferma il legame divino di Gesù, pur rifiutando l’idea che egli sia il Figlio di Dio.

La venerazione di Maria

Maria (chiamata Maryam) è la donna più onorata nella tradizione islamica. È l’unica donna nominata nel Corano e un intero capitolo (noto come surah Maryam) è dedicato a lei. I testi islamici sottolineano spesso la sua purezza, la sua devozione e il suo ruolo cruciale nella nascita miracolosa di Gesù.

L’Ora

Nell’Islam, Gesù svolge un ruolo chiave nell’“Ora”, il culmine apocalittico della storia umana. Si profetizza il suo ritorno sulla terra per sconfiggere il Dajjal (l’equivalente islamico dell’Anticristo) e inaugurare un’era di giustizia e pace.

 

Il Dajjal

Secondo il credo islamico, Gesù tornerà dal Paradiso per uccidere personalmente il Dajjal, impedendo una guerra finale contro l’Islam e assicurando il trionfo della rettitudine.

Apocalisse

Anche il Libro dell’Apocalisse del Nuovo Testamento descrive il ritorno di Gesù, ma il suo linguaggio è altamente simbolico. D’altra parte, gli hadith islamici sull’Ora sono generalmente intesi come una previsione di eventi reali.

Gesù nel Corano

Il Corano cita spesso Gesù, ma non fornisce racconti dettagliati sulla sua vita. Presuppone che i suoi lettori abbiano già familiarità con le narrazioni bibliche, riferendosi a Gesù come maestro, guaritore, profeta e Messia senza raccontare eventi specifici.

Mancanza di narrazioni dettagliate

A differenza della Bibbia, che offre ampi resoconti degli insegnamenti e degli eventi della vita di Gesù, il Corano lo presenta in modo più astratto. I musulmani si basano su tradizioni e hadith aggiuntivi per comprendere Gesù al di là dei brevi riferimenti del Corano.

Elemento non necessario

Il motivo per cui le storie dettagliate di Gesù non sono necessarie è che l’Islam considera Maometto come il profeta finale, il che significa che gli insegnamenti dettagliati dei profeti precedenti sono meno essenziali. Poiché si ritiene che tutti i profeti abbiano predicato lo stesso messaggio fondamentale, scoprire le parole o le azioni esatte di Gesù non è una necessità teologica.

Gesù parla quando ancora neonato

Uno dei pochi racconti coranici su Gesù lo descrive mentre difende la castità di sua madre da neonato. Questo evento, in cui egli parla miracolosamente dalla culla, si trova anche nel testo cristiano del secondo secolo “Il Vangelo dell’infanzia di Tommaso”.

Il Vangelo di Gesù

I musulmani credono che Gesù abbia ricevuto una rivelazione divina chiamata Injil (Vangelo), ma non la assimilano al Nuovo Testamento. L’Injil si riferisce al messaggio rivelato da Dio a Gesù, non ai resoconti scritti dai seguaci successivi.

Perso o alterato

Il pensiero islamico ritiene che l’Injil originale dato a Gesù sia andato perduto o sia stato alterato. Il Nuovo Testamento non è considerato un resoconto affidabile del messaggio di Gesù, anche se a volte viene citato nelle discussioni interreligiose per trovare un terreno comune.

Il messaggio di Gesù

Per i cristiani, il Vangelo riguarda la morte e la resurrezione di Gesù, che in ultima analisi offre la salvezza. Per l’Islam, invece, il messaggio di Gesù è semplicemente un’altra prosecuzione della guida di Dio, in linea con gli insegnamenti monoteistici fondamentali dei profeti precedenti, come Abramo e Mosè.

Gesù non è morto sulla croce

È interessante notare che il Corano afferma che Gesù non fu crocifisso. Al contrario, Dio lo salvò e lo portò in cielo. Questa convinzione contraddice direttamente la comprensione cristiana della crocifissione e della risurrezione come elementi centrali della missione di Gesù.

Oltre la morte

Secondo il Corano, Gesù è stato semplicemente accolto alla presenza di Dio senza passare attraverso la morte. Nella Bibbia ebraica, una cosa simile è accaduta al profeta Elia e a Enoch, il bisnonno di Noè.

Un sostituto

Molti musulmani credono che qualcun altro sia stato fatto assomigliare a Gesù e sia stato crocifisso al suo posto. Questa teoria si trova in alcuni hadith e riecheggia le idee di alcuni testi cristiani non canonici, come “Il Vangelo di Giuda” e “Il secondo trattato del Grande Seth”.

Il Vangelo controverso

Un altro testo non canonico, il “Vangelo di Barnaba”, spiega in modo elaborato come uno dei discepoli di Gesù prese volontariamente il suo posto sulla croce. Ma poiché è stato scritto molto tempo dopo l’ascesa dell’Islam, gli studiosi lo considerano uno sviluppo successivo piuttosto che una fonte islamica originale.

Aspetto fisico

A differenza della Bibbia, che non descrive l’aspetto di Gesù, gli hadith islamici offrono dettagli. Viene raffigurato come un uomo dalla carnagione rossastra o marrone, di corporatura leggera e con i capelli ondulati che sembrano bagnati.

La visione di Gesù da parte di Maometto

Il profeta Maometto avrebbe visto Gesù durante il suo miracoloso viaggio notturno verso il cielo, noto come “Israʾ e Miʿraj”. Questa visione fornisce ulteriori dettagli sulle caratteristiche di Gesù.

Descrizione contrastante

Rispetto alla confortante descrizione di Gesù, i testi islamici descrivono il Dajjal come un uomo basso, dalle spalle larghe, cieco da un occhio e con la parola kafir (miscredente) sulla fronte.

Gesù contro la Bestia

Nel cristianesimo, Gesù combatte una bestia a più teste nell’Apocalisse (che simboleggia le forze del male) usando una spada che esce dalla sua bocca. Nell’Islam, invece, la battaglia di Gesù è più diretta: egli uccide il Dajjal e ottiene il trionfo finale dell’Islam.

Luogo del riposo finale

Secondo la tradizione islamica, Gesù morirà di morte naturale e sarà sepolto insieme a Maometto a Medina, una città dell’Arabia Saudita considerata la seconda città più sacra dell’Islam. Questo segnerebbe il capitolo finale del viaggio terreno di Gesù.

Stato divino

Mentre il cristianesimo considera Gesù come il Figlio di Dio e parte della Trinità, l’Islam rifiuta completamente questo concetto. Gesù è considerato un profeta umano, un servitore di Dio, e non divino in alcun modo. L’Islam enfatizza il monoteismo assoluto come suo credo principale.

Gesù e il messaggio di Dio

L’Islam non vede Gesù come il fondatore di una nuova religione, ma come un messaggero che riafferma la stessa fede monoteista predicata dai profeti precedenti. I suoi insegnamenti avevano il solo scopo di guidare le persone verso Dio, non di creare un quadro teologico separato come quello sviluppato dal cristianesimo.

Dialogo interreligioso

Gesù è una figura cruciale nelle discussioni tra musulmani e cristiani. Sebbene entrambe le religioni lo venerino, le loro prospettive divergono in modo significativo. Ma la comprensione di queste differenze e dei punti in comune può favorire discussioni interreligiose più profonde e portare al rispetto della teologia nel suo complesso.

Fonti: (TheCollector) (Britannica) (Vox)

DR. RAJA SHAHED
DEFENSE AND SECURITY SCIENCE (PHD STUDY)