LA MIA ITALIA

Migranti, fermata e multata un’altra Ong tedesca: “Grave violazione della normativa

Nuovo fermo amministrativo per una nave Ong nel nostro Paese. Ad annunciarlo è stato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che con una nota social ha informato che all’imbarcazione Sea-Watch 5, battente bandiera tedesca, sono stati comminati 45 giorni di fermo e 7.500 euro di multa. La nave, ha spiegato il ministro, “ancora una volta non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Una grave violazione della normativa: le attività di soccorso in mare devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle Ong”.

Per il momento la Ong tedesca non ha replicato e non ha rilasciato alcun comunicato in merito al nuovo fermo. Nella missione precedente, Sea-Watch 5 ha visto indagato il suo comandante olandese Anne Van Damme, per favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Un’indagine che nasce dall’attività di pattugliamento di Frontex nel Mediterraneo, durante la quale l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera ha immortalato il trasbordo di migranti da un gommone gestito da trafficanti armati al gommone della Ong: gli attivisti hanno preso i migranti e li hanno portati alla nave, mente i trafficanti si sono allontanati indisturbati. La Ong tedesca non ha smentito questa ricostruzione ma ha spiegato che l’intervento è stato necessario per garantire l’incolumità dei migranti. L’indagine è ancora in corso, il comandante ha annunciato di voler lasciare le missioni per il momento.

Il fermo della Ong tedesca si inserisce in un momento di tensioni politiche tra Italia e Germania sui migranti: il Paese tedesco ha annunciato di voler rimandare i dublinanti ma il governo Meloni ha avanzato l’ipotesi che possa esserci una compensazione tra i migranti arrivati in Germania dall’Italia con i movimenti secondari e quelli che le Ong tedesche sbarcano nel nostro Paese. Per anni il Bundestag ha finanziato le organizzazioni non governative tedesche che hanno sbarcato i migranti nel nostro Paese e considerando le norme internazionali, la Germania è responsabile legale delle navi alle quali concede la bandiera. “La Germania non ha diritto di mandarci indietro un solo immigrato irregolare fino a che ci sono delle navi di Ong tedesche in giro per il Mediterraneo a scaricare migliaia di clandestini in Italia e in Europa. Prima risolvi i problemi delle navi a cui hai dato la bandiera e poi parliamo di tutto il resto”, a dichiarato il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.

ARTICOLO 2

TAGLI SIL 

Giovani, salario e produttività: il paradosso italiano© fornito da HuffPost Italia

«L’acquisizione di … talenti, mediante il mantenimento dell’individuo durante la sua educazione, studio o apprendistato, comporta sempre una spesa reale, che è un capitale fisso realizzato, per così dire, nella sua persona. Tali talenti, come fanno parte della sua fortuna personale, così fanno parte anche di quella della società a cui appartiene».

Non è l’affermazione di un moderno economista dello sviluppo, ma un passaggio della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, considerato il padre dell’economia moderna, scritto nel 1776.

La formazione del capitale umano è dunque, a tutti gli effetti, un investimento. Smith lo paragona a una macchina: un capitale fisso il cui rendimento va valutato nel tempo. Fin dalle origini del pensiero economico moderno, il legame tra formazione/competenze e produttività era chiaro: se lo Stato si faceva carico di questo investimento, lo faceva nella prospettiva di accrescere una delle componenti fondamentali della “ricchezza delle nazioni”.

Venendo ai nostri giorni, sembra che quella lezione sia stata in parte trascurata.

Nel nostro Paese emergono due questioni centrali. La prima riguarda le professionalità che le imprese non riescono a trovare — il cosiddetto mismatching — o che comunque non riescono a reperire in tempi rapidi, diciamo entro quattro o cinque mesi. La seconda concerne la produttività del lavoro, che in Italia rimane mediamente più bassa rispetto a quella dei nostri principali competitor.

Alla base di entrambe le questioni vi è il tema delle retribuzioni, in particolare di quelle destinate alle fasce più giovani del mercato del lavoro. Stiamo vivendo un paradosso evidente: secondo Cnel, Istat e Ist. Tagliacarne-Unioncamere l’occupazione cresce tra gli ultra-cinquantenni, mentre il tasso di partecipazione al lavoro si riduce tra i giovani, con un aumento degli inattivi, così su 12 milioni di giovani oltre la metà (6,1 milioni) è inattiva, mentre 5,2 milioni sono occupati. Negli ultimi mesi, inoltre, il numero degli inattivi è ulteriormente cresciuto.

Impatto stimato del mismatching sulla produttività delle imprese secondo il crescente livello di tecnologia

Questi segnali indicano non solo una divaricazione tra la domanda delle imprese e l’offerta di profili adeguati, ma anche una possibile incapacità del sistema produttivo di offrire posizioni lavorative competitive in termini di retribuzioni. Il tema è particolarmente rilevante nei settori a maggiore contenuto innovativo — quelli di frontiera tecnologica — dove si gioca una parte decisiva del nostro potenziale competitivo. In questi ambiti, secondo le valutazioni dell’Istituto Tagliacarne, il mismatch si associa a una minore produttività pari all’11%.

Parallelamente, diverse analisi mostrano come le retribuzioni medie dei giovani laureati italiani sono significativamente inferiori rispetto a quelle di altri Paesi. L’Italia si colloca in coda per salari di ingresso, superando solo Spagna e Polonia. In Germania, ad esempio, gli stipendi iniziali sono sensibilmente più elevati. A un anno dalla laurea, secondo AlmaLaurea la retribuzione media da noi si aggira intorno ai 1.300-1.400 euro netti al mese. A cinque anni, chi lavora all’estero percepisce in media quasi il 60% in più rispetto a chi è rimasto in Italia.

Legare sempre e comunque la retribuzione esclusivamente alla produttività corrente significa non considerare il capitale umano come un investimento che genera rendimenti nel tempo, ma trattarlo come un costo fisso dai rendimenti costanti (se non addirittura decrescenti). Tuttavia non è così. L’investimento in capitale umano (insieme a quello tecnologico) produce rendimenti crescenti, che si riflettono sulla produttività. Sappiamo, ad esempio, che le imprese che investono nella doppia transizione — digitale e green — e accompagnano tali investimenti con politiche di formazione e valorizzazione del capitale umano registrano una crescita della produttività superiore rispetto a quelle che investono solo in tecnologia.

La dotazione complessiva di capitale di una nazione aumenta se si adottano politiche capaci di favorire l’accumulazione di capitale umano e, soprattutto, se si creano le condizioni affinché l’investimento — in larga parte pubblico, specie per i giovani — venga effettivamente valorizzato dal sistema produttivo. Ciò implica politiche retributive coerenti con lo sforzo formativo compiuto.

Quando questo non accade, le imprese possono non trovare le risorse di cui hanno bisogno non solo per inefficienze del sistema formativo, ma anche perché una parte dei giovani preferisce ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro, prolungare i percorsi di studio o cercare opportunità migliori all’estero.

È uno spreco di capitale umano che finisce per vanificare quel valore sociale dell’investimento formativo di cui parlava Smith.

Il paradosso è ancora più evidente nel Mezzogiorno, dove i flussi migratori verso il Centro-Nord e l’estero comportano una perdita netta di investimento formativo quantificata dalla Svimez in circa otto miliardi di euro, mentre il costo del mancato incontro di professionalità rispetto alle richieste per l’intero Paese è di circa due miliardi.

Molti fattori, soprattutto nel periodo successivo alla pandemia, incidono sulle motivazioni lavorative dei giovani. Tuttavia, la dimensione retributiva rimane stabilmente al primo posto.

Non si tratta soltanto di fissare soglie salariali minime — tema importante sul piano dell’equità sociale e contrattuale — ma di affrontare una questione strutturale di produttività. Se la retribuzione è considerata un semplice costo corrente e non un investimento, si rischia di disperdere risorse pubbliche e private impiegate nella formazione. Il capitale umano, come avrebbe detto Adam Smith, è un investimento che guarda al futuro, ma solo se viene messo nelle condizioni di funzionare come tale già a partire dal presente. Un insegnamento che rimonta a duecentocinquanta anni fa!

QUANTO CONTRIBUISCE I REGIONI 

La classifica delle regioni che fanno crescere davvero l’Italia© Money.it

Il motore dell’economia italiana? Senza grosse sorprese continua a essere concentrato in poche regioni del Nord e del Centro.

Se è vero che le regioni del Sud scontano una cronica bassa produttività, minore attrattività per gli investimenti e, nelle aree più piccole, limiti legati alla dimensione demografica e geografica, negli ultimi dieci anni quelle settentrionali hanno consolidato la propria posizione grazie agli sviluppati distretti industriali, al forte orientamento all’export e a un ecosistema di servizi ad alta produttività (finanza, logistica, innovazione).

Tuttavia, se si guarda a quanto Pil è possibile attribuire a ciascuna regione italiana si scopre che, nell’ultimo decennio, le gerarchie territoriali sono sostanzialmente ferme. Il traino principale arriva sempre dalla Lombardia, che riesce a combinare manifattura avanzata e terziario di qualità e dal Lazio, grazie al ruolo di Roma come centro amministrativo, turistico e di servizi. Il grosso della produzione è legato a poche regioni: i «rapporti di forza», per così dire, sono però bloccati da anni, mentre ora in realtà è il Sud a mostrare qualche segnale di crescita, a livelli superiori rispetto alla media nazionale.

Il primato lombardo

Secondo i dati Istat, nel 2024 (anno più recente per il quale è possibile fare un’analisi regionale), il Pil a prezzi di mercato è stato pari a circa 2.199 miliardi di euro correnti. L’Istituto fornisce anche un dettaglio territoriale, da cui è possibile desumere le varie quote regionali, ossia calcolare in che misura ogni regione contribuisce con il valore aggregato di beni e servizi finali al Pil italiano. Di questi quasi 2.200 miliardi, oltre 500 miliardi sono riconducibili alla Lombardia, di gran lunga la prima regione italiana per contributo, pari al 23% del totale. Seguono il Lazio all’11,2% e poi il Veneto e l’Emilia-Romagna, che valgono entrambe circa il 9%. Le prime quattro regioni italiane generano da sole più della metà del Pil, cioè oltre il 52%; le prime cinque, con l’aggiunta del 7,5% di quota di Pil creato in Piemonte, arrivano a quasi il 60% e le prime sette (con Toscana e Campania) rappresentano oltre il 72%.

Le regioni più indietro

Questa concentrazione è stabile da anni (se si guarda a dieci anni fa i valori erano sostanzialmente simili a quelli più recenti) e descrive una struttura economica fortemente sbilanciata e piuttosto cristallizzata: le gerarchie territoriali restano stabili e il peso delle aree più produttive tende a consolidarsi, più che a ridursi. Le implicazioni sono rilevanti. Da un lato, spiega perché le performance delle regioni “di testa” influenzino in modo decisivo l’andamento del Pil italiano nel suo complesso. Quando Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna crescono, l’Italia cresce, mentre quando rallentano, il paese ne risente immediatamente. Dall’altro, evidenzia la difficoltà di un riequilibrio territoriale. Come indicato dal grafico, all’estremo opposto si collocano le regioni di minori dimensioni e alcune aree del Mezzogiorno. Valle d’AostaMolise e Basilicata contribuiscono ciascuna con meno dell’1% del Pil, mentre Umbria e Calabria restano sotto la soglia del 2%: queste regioni pesano complessivamente poco più del 4% sull’economia nazionale.

Le regioni per contributo al Pil

  1. Lombardia: 23%
  2. Lazio: 11,2%
  3. Veneto: 9,2%
  4. Emilia-Romagna: 9,0%
  5. Piemonte: 7,5%
  6. Toscana: 6,5%
  7. Campania: 6,2%
  8. Sicilia: 5,1%
  9. Puglia: 4,3%
  10. Liguria: 2,7%
  11. Trentino-Alto Adige: 2,7%
  12. Marche: 2,3%
  13. Friuli-Venezia Giulia: 2,1%
  14. Sardegna: 2,0%
  15. Abruzzo: 1,9%
  16. Calabria: 1,8%
  17. Umbria: 1,3%
  18. Basilicata: 0,7%
  19. Molise: 0,4%
  20. Valle d’Aosta: 0,3%

Mentre nei prossimi anni è molto probabile che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna rappresenteranno ancora i principali vettori della crescita, a condizione di affrontare con successo la transizione digitale e di mantenere la competitività sui mercati internazionali, il Lazio dipenderà in buona parte dalle politiche nazionali e dalla capacità di attrarre investimenti privati, oltre alla spesa pubblica. Per le regioni che contribuiscono in misura minore al Pil, invece, senza un’accelerazione su infrastrutture, formazione e attrazione di capitali, il rischio è che il divario relativo resti invariato o addirittura si accentui. La demografia, il costo dell’energia e l’efficacia delle politiche industriali europee e nazionali saranno i fattori decisivi che determineranno se l’Italia riuscirà a ridurre o a cristallizzare le attuali disuguaglianze territoriali.

La crescita del Sud

Anche se, come detto, le quote di Pil sul totale in arrivo da ciascuna regione italiana sono sostanzialmente stabili da anni (eccetto una recente leggera crescita di Lombardia, Campania e Trentino-Alto Adige e un piccolo calo di Lazio e Liguria), allo stesso tempo c’è da sottolineare che ora il Sud cresce più della media italiana. Come segnalato di recente da Svimez, nel 2025 il Pil delle regioni meridionali è aumentato dello 0,7% rispetto allo 0,5% del Centro-Nord, un assetto che non veniva registrato dal boom economico del Dopoguerra. L’associazione per la promozione delle condizioni economiche del Mezzogiorno riconduce i buoni risultati degli ultimi anni agli investimenti, in particolare alle opere pubbliche e agli interventi collegati al Pnrr. Le distanze territoriali continuano a essere ampie, ma in lieve attenuamento considerando che mentre, per citare un caso emblematico, nel triennio 2022-2025 l’Abruzzo ha potuto crescere grazie a industria e costruzioni, varie regioni del Nord sono state rallentate proprio dai fattori che in teoria ne sarebbero i punti di forza: export e apertura ai mercati internazionali.

Fonte

Perché Austria, Svizzera e Germania rimandano i migranti in Italia proprio adesso e chi sono i dublinanti

Perché Austria, Svizzera e Germania rimandano i migranti in Italia proprio adesso e chi sono i dublinanti

Nel giro di poche settimane, sono diventati tre i Paesi che si sono detti intenzionati a rimandare in Italia le persone migranti su cui non hanno competenza. E anzi l’Austria, l’ultimo in ordine di tempo, ha annunciato di aver già iniziato: dal 12 giugno, quattro persone sono state trasferite in Italia. In precedenza c’erano state la Svizzera e, prima sia in ordine cronologico che per numero di persone potenzialmente trasferibili, la Germania.

Tutti e tre gli Stati fanno riferimento alla stessa normativa, il nuovo Patto Ue su migrazioni e asilo, che è entrato in vigore il 12 giugno 2026. E tutti e tre vogliono portare in Italia persone che rientrano nella cosiddetta categoria dei “dublinanti”, persone che sono entrate in Europa passando per il nostro Paese e che, quindi, proprio qui avrebbero dovuto fare richiesta di asilo.

L’Austria annuncia: “Già portate in Italia quattro persone”

Il ministero dell’Interno austriaco ha dichiarato che quattro persone, dal 12 giugno a oggi, sono state trasportate dall’Austria in Italia. Il viaggio è avvenuto con mezzi pubblici. Il ministero ha spiegato che il nuovo Patto consente, “in caso di collaborazione da parte dello straniero di cui è competente uno Stato membro dell’Ue”, di pagargli semplicemente il biglietto del treno o dell’autobus per “recarsi nello Stato membro in questione con un mezzo di trasporto pubblico”.

Non si sa con precisione quante persone l’Austria vorrebbe far spostare in Italia. Così come non è chiaro, al momento, se il governo di Vienna abbia intenzione di rimandare al di là delle Alpi solo coloro che sono arrivati in territorio austriaco dopo il 12 giugno, quando le nuove regole sono entrate in vigore.

L’alternativa sarebbe coinvolgere tutti coloro che sono entrati in Austria dal dicembre 2022, quando il governo Meloni bloccò gli ingressi da altri Paesi europei dicendo di essere in una situazione di estrema “pressione migratoria”. Questo è il dubbio che riguarda anche Svizzera e Germania.

Perché i trasferimenti di migranti ripartono adesso

Il motivo per cui Germania, Svizzera e Austria – ma potrebbero aggiungersi anche altri Stati dell’Ue – hanno ripreso proprio questa estate a parlare di trasferimenti in Italia è che il 12 giugno è entrato in vigore il nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo. Non che in passato non se ne fosse discusso, ma il governo Meloni era sempre riuscito a evitare la questione appellandosi al fatto che le nuove regole europee sui migranti erano in fase di trattativa, oppure non erano ancora in vigore.

Quelle regole, che sono ufficialmente operative, definiscono anche come si devono comportare gli Stati Ue con chi arriva in Europa. E la regola fondamentale è rimasta quella del regolamento di Dublino, che il governo Meloni non ha messo in discussione: il Paese responsabile di seguire la domanda d’asilo di una persona migrante è il suo “Paese di primo ingresso” in Europa, il primo in cui è stata identificata. Questo significa, nella grandissima maggioranza dei casi, la responsabilità ricade su Stati di frontiera come l’Italia.

Il Patto stabilisce alcuni meccanismi di solidarietà da parte degli altri Stati, anche se sono vincolanti solo fino a un certo punto. I Paesi più benestanti, ad esempio, possono scegliere di rifiutare l’accoglienza e in cambio pagare il Paese di primo ingresso, entro certe quote. Da parte loro, invece, gli Stati come l’Italia sono tenuti a rispettare gli obblighi se vogliono avere accesso a questi meccanismi di solidarietà.

Perché si parla di “dublinanti” e quanti sono

Visto che la norma che regola questo tema è il Regolamento di Dublino II del 2003, spesso le persone interessate vengono chiamate a livello politico e giornalistico “dublinanti”. Si tratta di chi è arrivato, per esempio, in Italia; non ha fatto qui la richiesta di protezione internazionale; è riuscito a entrare in un altro Paese europeo, e adesso si trova lì e vorrebbe che lì si svolgessero le pratiche come, appunto, la domanda d’asilo.

Legalmente, gli Stati in cui queste persone vivono hanno il diritto di rimandarle nel Paese di primo ingresso. E, dal 12 giugno, l’Italia non ha più giustificazioni per rifiutare. Era responsabilità delle autorità italiane assicurare che i dublinanti chiedessero asilo qui. Il governo Meloni ha comunque provato a mettere un freno, sostenendo che possono essere inviate in Italia solo le persone che sono entrate in altri Stati Ue dopo il 12 giugno 2026.

Non è una differenza da poco. Secondo dati Eurostat, dal 2023 al 2025 l’Italia ha ricevuto circa 110mila richieste – 43mila nel 2023, 43mila nel 2024, 24mila nel 2025 – di riammissione dagli altri Paesi europei. Ne ha accettate, in tutto, circa 300: tra 60 e 85 ogni anno. Certo, molte di queste persone negli ultimi anni hanno probabilmente ottenuto l’asilo o hanno già attivato l’iter legale per averlo. In ogni caso, se adesso gli Stati Ue imponessero di applicare le regole in modo retroattivo, ci potrebbero essere decine di migliaia di persone che hanno il diritto di tornare in Italia e fare domanda di protezione.

A spingere in questa direzione sono soprattutto Paesi come la Germania, più interessati dai flussi di persone che lasciano l’Italia senza aver fatto richiesta di asilo. La soluzione, insomma, dovrà essere più politica che tecnica.

Lavoro all’estero, quanto si guadagna in Europa. Dal Tfr alla maternità, perché non sempre conviene

Sempre più lavoratori italiani pensano a una carriera all’estero. Ma conviene davvero? Oltre agli stipendi, è bene conoscere anche gli altri benefit e le differenze nei trattamenti. In soccorso arriva la tabella retributiva contenuta nel nuovo approfondimento della Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo “Analisi retributiva: disciplina italiana a confronto con altri Stati comunitari”, dedicata quest’anno a Grecia, Irlanda e Olanda, dopo la panoramica su Francia, Germania, Spagna, Romania e Svezia, contenuta nell’edizione 2025. Una bussola per navigare tra le retribuzioni dei diversi Paesi europei e avere punti di riferimento che vadano oltre la sola paga mensile.

Dall’approfondimento emerge che guardare al solo cedolino mensile possa far sottostimare molti elementi presenti nel sistema italiano, che possono influenzare sensibilmente il risultato finale: le mensilità aggiuntive o il Trattamento di fine rapporto ma anche tutele come quelle per malattia o maternità.

Il trend in decrescita

Considerazioni che appaiono quanto mai attuali, anche guardando agli ultimi dati Istat relativi a quanti lasciano il Paese per trasferirsi all’estero e quanti, invece, decidono di rientrare. I numeri parlano comunque di un trend in decrescita sul fronte degli espatri, passati dagli oltre 140 mila del 2024 ai 109 mila del 2025. Parallelamente si evidenzia una tenuta dei rientri, sempre sopra quota 50 mila l’anno nel biennio.

In questo quadro, dall’approfondimento emerge la solidità del modello italiano, dove la contrattazione collettiva è centrale, in grado di garantire un sistema di protezione e tutele quasi sempre più articolato di altri ordinamenti basati prevalentemente sul salario minimo legale. Si ricorda che di recente – con il decreto 1° maggio – l’Italia ha introdotto il Trattamento Economico Complessivo (Tec), come elemento fondante del sistema, una previsione che supera per legge il concetto di paga oraria.

Cos’è il Tec

Il Tec si innesta in un sistema nel quale elementi come la tredicesima mensilità e il Tfr sono diritti generalizzati, mentre la contrattazione collettiva arricchisce il trattamento economico con ulteriori mensilità, indennità e strumenti di welfare. Una sintesi della comparazione tra Italia, Francia, Germania, Spagna, Romania, Svezia, Grecia, Irlanda e Olanda si trova nella tabella a seguire. E un’analisi condotta nel 2025 sempre dalla Fondazione studi consulenti del lavoro “Giovani all’estero: tra opportunità di lavoro e voglia di crescita”, evidenzia che le mete più gettonate dai giovani che decidono di trasferirsi all’estero sono la Germania e la Spagna.

Per completare l’analisi è stato realizzato quindi un confronto a partire da uno dei contratti più diffusi in Europa, quello dei metalmeccanici. Dalla comparazione emerge che per un livello C3 in Italia la retribuzione è di oltre 31 mila euro, in Spagna di quasi 22 mila euro e in Germania di 46 mila euro. Naturalmente a fare poi, concretamente, la differenza è il costo della vita. Sempre la ricerca sui giovani con esperienza all’estero evidenzia che questo elemento è considerato dal 65% del campione degli intervistati come un aspetto negativo dell’esperienza fuori dai confini nazionali. In questo quadro, l’analisi sottolinea anche come tra le principali criticità riscontrate all’estero si annoveri l’insoddisfazione per benefit, previdenza e polizze assicurative.

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