La fuga dei cervelli continua a rappresentare un problema serio per l’Italia. Ogni anno sempre più giovani qualificati decidono di lasciare il Paese per cercare altrove ciò che qui faticano a trovare, cioè salari più alti, condizioni lavorative più stabili e prospettive di carriera più rapide. Una scelta comprensibile sul piano individuale, ma che pesa in modo significativo sul sistema economico nazionale. Quando i talenti se ne vanno, l’Italia perde competenze costruite negli anni, perde capitale umano e perde anche capitale economico. A soffrirne sono la competitività delle aziende, la capacità di innovazione e persino l’equilibrio demografico.
Resta però una domanda: dove vanno i giovani, quando se ne vanno? Le risposte che sembravano scontate fino a pochi anni fa, come il Regno Unito o i Paesi del Nord Europa, non sono più così immediate. Il mondo del lavoro, dopotutto, è cambiato, e le opportunità si stanno spostando. Sempre più italiani guardano verso destinazioni che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate insolite, nuove piazze professionali che stanno diventando poli di attrazione per competenze altamente specializzate. Ed è proprio lì che oggi si stanno dirigendo.
Sempre più giovani italiani decidono di trasferirsi qui
A dirlo chiaramente è il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes. Nel 2024 il numero di italiani espatriati è aumentato del 38 per cento rispetto all’anno precedente, un balzo che conferma un trend ormai consolidato. In totale sono stati dunque 123.376 gli italiani che hanno deciso di trasferirsi all’estero e il quadro che emerge non coincide più (solo) con gli immaginari considerati tradizionali. Sempre più giovani, infatti, stanno prendendo in considerazione nuovi contesti professionali, luoghi dove l’innovazione corre veloce e dove la crescita di carriera è spesso più rapida. In questo senso, Singapore e gli Emirati Arabi stanno diventando poli sempre più attrattivi e si prevede che lo saranno ancora di più nei prossimi anni.
Tuttavia, nonostante queste nuove direttrici, la maggior parte degli espatriati rimane comunque in Europa. Il 73,7 per cento di chi si è iscritto all’Aire tra gennaio e dicembre 2024 ha scelto infatti di restare nel continente. Circa 23.300 persone si sono invece spostate verso le Americhe, pari al 18,9 per cento del totale, e tra queste spiccano i quindicimila trasferimenti verso l’America Latina. Un mosaico in rapido movimento che racconta un’Italia che continua a partire, ma verso direzioni sempre meno prevedibili.
Meloni and c
La presidente del Consiglio italiana non torna a rispondere direttamente alla Casa bianca che ha terremotato i rapporti Roma-Washington nelle ultime 72 ore. Ma, oltre che sull’utilizzo delle basi Usa su territorio italiano, è nell’intervista del quotidiano La Repubblica all’ex ideologo dell’universo Maga Steve Bannon che probabilmente va ricercata l’origine della querelle tra la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente Usa Donald Trump.
Sottotraccia ci potrebbe essere un timore inconfessabile: che la galassia Maga possa puntare su qualcun altro, magari Roberto Vannacci che con il suo nuovo partito Futuro Nazionale ha destabilizzato le sicurezze dell’alleanza di centrodestra al governo su una possibile vittoria alle prossime elezioni.
Cos’ha detto Steve Bannon su Giorgia Meloni
“Quando gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di un alleato che si schierasse e sostenesse uno sforzo navale congiunto, per mantenere aperte le rotte di Hormuz, del Mar Rosso e di Suez, dove passano il petrolio e il gas diretti verso l’Europa, lei si è tirata indietro“.
L’ex consigliere e manager della prima campagna elettorale vinta dal capo della Casa Bianca era stato un grande sostenitore di Meloni, ma poi si è convinto che lei non facesse sul serio nella costruzione del progetto di una internazionale sovranista che promuovesse le idee del movimento Maga in tutto il mondo, a partire dall’Europa.
“Lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco dell’Unione europea perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia la canzone. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa”.
E chiosa caustico: “Come ho detto ormai per anni, Meloni non è mai stata un ponte per il presidente verso l’Europa. Questa era una fantasia costruita da lei stessa (…) Lei non è un’amica degli Stati Uniti e ci saranno conseguenze”.
Cos’ha detto Antonio Tajani sulla polemica Trump-Meloni
“Bisogna abbassare i toni e lavorare” sembra rispondere il ministro degli esteri e vicepremier Antonio Tajani in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. “Essere alleati leali degli Usa, come siamo, non significa rinunciare alla nostra sovranità: non siamo sudditi di nessuno. Adesso occorre evitare che tutto questo si traduca in un danno politico, economico e diplomatico: l’Italia e l’Europa hanno bisogno di un rapporto solido con gli Usa, allo stesso modo gli Usa hanno bisogno dell’Europa e dell’Italia”
È lui, infatti, che ha confermato che parteciperà il 2 luglio alla grande festa a Villa Taverna per festeggiare i 250 anni dell’indipendenza americana (dovrebbero andare almeno i due vicepremier, quindi assieme a Matteo Salvini, che però non ha ancora ufficialmente confermato) ed è sempre lui che, dopo aver rinunciato al Forum di Miami, ha informato il segretario di stato Usa Marco Rubio che si vedranno in occasione del Vertice Nato di Ankara.
Qual è la posizione del ministro della Difesa Guido Crosetto
Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto continua a tessere la tela con l’altro lato dell’Atlantico, pure in questo momento scombinato: nelle ultime ore ha sentito il suo omologo, Pete Hegseth, che aveva incontrato giovedì a Bruxelles alla Nato, poco prima del patatrac. Nessuno nel governo vuole che lo scontro politico abbia conseguenze pratiche in Italia: le basi Usa sono essenziali anche per la difesa aerea italiana.
Ma è evidente che i rapporti con Washington si sono incrinati da quando, a fine marzo, il ministero della Difesa ha negato a due caccia statunitensi il permesso di atterrare nella base di Sigonella in Sicilia.
Il ragionamento che si fece all’epoca più o meno fu questo: i caccia sono armati e probabilmente si dirigono in Medio Oriente, secondo le regole non possono atterrare. Se volessero farlo, secondo una procedura precisa, dovrebbero prima consultare il governo italiano, che a sua volta dovrebbe coinvolgere il Parlamento.
Così come, haribadito più recentemente Tajani, bisognerà coinvolgere il Parlamento prima di un ok operativo alla partecipazione italiana a una missione navale per tenere aperto lo stretto di Hormuz.
Qual è il prossimo appuntamento tra Meloni e Trump: il nodo delle spese militari
Il 7 luglio Giorgia Meloni e Donald Trump saranno di nuovo seduti allo stesso tavolo. Ad Ankara, in Turchia, al vertice annuale della Nato. L’Italia è salita al 2,8% delle spese militari programmate, ma con una quota di almeno 0,7% di spese per la sicurezza in senso lato, investimenti che possono riguardare in pratica tutto o quasi, ma non strettamente armamenti.
Lo ha detto la stessa premier in Parlamento prima di partecipare al Consiglio europeo della settimana scorsa, sottolineando a chiare lettere che non si tratta di spese militari tradizionali.
L’Italia avrebbe anche potuto presentare risultati migliori e certificare un 1,5% di spese per sicurezza già fatte, quindi arrivando al 3,5% del piano di crescita dei contributi europei al funzionamento della Nato, ma è stata presa una decisione politica.
“Abbiamo deciso di non farlo dopo una riflessione ben precisa — fanno filtrare fonti di governo — intanto gli accordi dell’Aja prevedono di salire al 5% in dieci anni, quindi c’è tutto il tempo, in secondo luogo è stato scelto un profilo aderente alle reali esigenze e agli investimenti fatti in sicurezza, senza alcuna volontà di ingraziarci Washington e al tempo stesso di spaventare coloro fra gli italiani che pensano che le spese dell’Alleanza debbano venire dopo quelle sociali“.
Quali sono i prossimi appuntamenti internazionali della premier Meloni
Intanto, in attesa della Turchia, questa settimana Meloni si ritroverà su due palcoscenici internazionali. Volerà mercoledì a Berlino e giovedì ad Antibes, in Francia. Nel primo caso per un riunione del formato E5, che al governo francese, inglese e tedesco allarga il primo gruppo di contatto con l’Ucraina alla Polonia e all’Italia. Nel secondo, per il primo appuntamento di quel trattato del Quirinale che fu firmato da Mario Draghi e che vedrà per la prima volta i due governi riunirsi in una sorta di consiglio dei ministri congiunto. Per la parte italiana arriveranno sulla Costa Azzurra ben 9 ministri ed è previsto bilaterale con il presidente francese Macron.
Resta comunque lo scompiglio con Washingon da riassettare. Ci si aspetta la solidarietà dei leader europei, ma senza più l’asse con Trump e senza Orbán da tenere a bada il peso di Giorgia Meloni in Ue rischia di essere affievolito e la posizione dell’Italia nello scacchiere geopolitico potrebbe essere più appiattita del solito su quella europea.
Android contro i droni Shahed: migliaia di vecchi smartphone li rilevano in volo
I droni Shaded preoccupano sempre più? Una startup lituana potrebbe avere tra le mani un metodo di rilevamento molto utile ed economico per rilevarli anzitempo. In questo paese si sta sperimentando un approccio insolito ma potenzialmente molto utile per contrastare una delle minacce più diffuse nei conflitti moderni, quella dei droni a basso costo.
L’idea è semplice, ma in realtà alle spalle c’è una tecnologia piuttosto complessa. Partiamo dal dire che si vogliono utilizzare migliaia di vecchi smartphone Android collegati in rete per ascoltare il cielo, riconoscere il rumore caratteristico dei velivoli e segnalare in tempo reale la loro possibile posizione. Dunque una tecnologia acustica, che richiama da vicino quelle impiegate prima della diffusione del radar, ma che in questo caso viene aggiornata con algoritmi moderni e capacità di elaborazione distribuita.
Secondo quanto riportato dall’emittente pubblica lituana LRT, si parla della creazione di un’applicazione destinata a utenti verificati, che sfrutta un algoritmo integrato capace di filtrare il rumore ambientale, isolando i segnali sonori compatibili con quelli dei droni Shahed, quelli utilizzati attualmente anche dalla Russia contro l’Ucraina.
Quando viene individuata una possibile traccia, il sistema la visualizza su una mappa pubblica, e se il numero di dispositivi attivi è sufficiente, i dati raccolti potrebbero consentire di stimare direzione e posizione approssimativa del bersaglio.
I droni Shahed rappresentano una sfida particolare per le difese aeree, ma come raccontato in altre occasioni, il loro principale punto di forza non è la tecnologia, ma il costo relativamente contenuto. Sono droni a basso costo e questo permette di lanciarne grandi quantità contemporaneamente, mettendo sotto pressione i sistemi di intercettazione. Le dimensioni ridotte e l’impiego di materiali leggeri contribuiscono inoltre a una sezione radar relativamente bassa, rendendo più complessa la loro identificazione tra altri oggetti presenti nei cieli, come stormi di uccelli o disturbi ambientali.
Paradossalmente, ciò che rende questi droni difficili da individuare con il radar li rende invece riconoscibili all’orecchio. Volando a quote relativamente basse e utilizzando motori a elica, producono una firma acustica ben distinguibile.
Da qui nasce il concetto della rete di smartphone, che prevede di trasformare migliaia di telefoni inutilizzati in una vasta infrastruttura di sensori distribuiti sul territorio. L’approccio ricorda gli specchi acustici e i localizzatori sonori impiegati durante la Prima guerra mondiale e negli anni precedenti alla diffusione del radar. Come funzionava? All’epoca si utilizzavano enormi strutture in cemento o sistemi a tromba per captare il rumore degli aerei in avvicinamento, un modo semplice ma efficace per prepararsi all’arrivo dei bombardamenti.
Oggi, però, l’elaborazione digitale e l’analisi automatizzata permettono di gestire enormi quantità di dati provenienti da migliaia di punti d’ascolto contemporaneamente, e magari grazie all’integrazione con radar e altri sistemi di sorveglianza, un metodo simile potrebbe fornire un’importante fonte aggiuntiva di informazioni.
trasformarlo in una rottura irreversibile.
Lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni apre una fase delicata nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Secondo Daniele Capezzone, la premier ha fatto bene a rispondere alle provocazioni del presidente americano, ma ora il centrodestra deve evitare reazioni scomposte, perché il rischio è trasformare un incidente politico in una frattura permanente. Al centro della sua analisi ci sono la tenuta dell’alleanza occidentale, il ruolo della Nato, il rapporto con l’Unione europea e la necessità di rafforzare l’intero centrodestra italiano.
Capezzone sullo scontro Trump-Meloni: “Un gesto insensato”
Per Capezzone, l’attacco di Trump a Meloni è stato un errore politico difficile da comprendere. Il giornalista lo definisce “un gesto insensato”, arrivato dopo una settimana già segnata, nella sua lettura, da una posizione debole del presidente americano nei confronti degli ayatollah.
Il punto, sostiene Capezzone, è che Trump rischia ormai di rendere incomprensibili le proprie scelte anche a chi non ha mai avuto pregiudizi nei suoi confronti. Per spiegare il rischio politico, richiama una frase di Abramo Lincoln: “Con il sentimento pubblico, ogni risultato è possibile, ma senza di esso nulla può essere raggiunto”.
Su Meloni, invece, il giudizio è netto. La presidente del Consiglio, secondo Capezzone, non poteva restare in silenzio e ha fatto bene a replicare due volte. Lo avrebbe fatto “in modo misurato e proporzionato”, senza cedere alla tentazione dello scontro personale.
Da qui l’invito alla prudenza. Per Capezzone, non bisogna boicottare il 4 luglio, né aggiungere tensione a una crisi già aperta. “E’ il momento dei pompieri: di piromani se ne sono visti fin troppi”, scrive, mettendo in guardia dal rischio di cadere nel terreno più favorevole alla sinistra.
America, Nato e big tech: la linea indicata da Capezzone
Nell’analisi di Capezzone, lo scontro con Trump non deve impedire all’Italia di guardare all’America dei prossimi anni. Il giornalista indica come scenario auspicabile, pur non semplice, una possibile presidenza di Marco Rubio nel 2028. Ma il ragionamento va oltre la politica tradizionale e coinvolge anche i grandi protagonisti del big tech, da Elon Musk a Peter Thiel.
Secondo Capezzone, l’Italia non può permettersi di restare ai margini della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, anche perché gli investimenti globali stanno già andando in quella direzione. Il rischio, avverte, è ridurre il futuro italiano a un semplice “parco enogastronomico”, una prospettiva giudicata insufficiente per il Paese.
Sul piano della difesa, la posizione è altrettanto chiara: bisogna puntare più sulla Nato che sull’Unione europea. I Paesi europei, secondo Capezzone, devono rafforzare il proprio impegno dentro l’Alleanza atlantica, evitando però meccanismi che mettano l’Italia in una posizione subordinata rispetto a Parigi. Il riferimento a Emmanuel Macron è diretto: “Macron non aspetta altro”.
Centrodestra, Europa e il messaggio all’Occidente
Il ragionamento di Capezzone si allarga poi alla politica interna. Fratelli d’Italia, osserva, è il partito più solido sul piano elettorale, ma per governare serve un centrodestra largo e competitivo. Per questo, sostiene, bisogna aiutare anche Lega e Forza Italia a recuperare consenso.
Un passaggio viene dedicato anche a Roberto Vannacci. Per Capezzone, se decidesse di correre da solo, il risultato politico sarebbe favorire Giuseppe Conte ed Elly Schlein: “Basta saperlo”.
Sul rapporto con Bruxelles, il giornalista respinge lo slogan “ci vuole più Europa”, sostenendo che l’attuale assetto dell’Unione europea non abbia funzionato e che aumentare la concentrazione delle decisioni a Bruxelles rischi di produrre nuova rabbia tra gli elettori.
La formula geopolitica indicata resta quella pronunciata da Meloni davanti a Trump alla Casa Bianca: “Make the West Great Again”. Per Capezzone, se l’America vuole restare grande, deve contribuire a mantenere forte l’intero Occidente. I nemici, conclude, sono a Pechino, Teheran e Mosca, mentre la sinistra italiana viene accusata di usare lo scontro tra Trump e Meloni per colpire politicamente la premier.





