Mancano poco più di sette mesi al voto di medio termine del 3 novembre che rivoluzionerà il Congresso, e i due partiti si stanno preparando con prospettive opposte. La tradizione (quasi) sempre rispettata è che se c’è un nuovo presidente alla Casa Bianca il suo partito è destinato a perdere molti deputati e senatori. È infatti la prima occasione a livello nazionale per esprimere un giudizio politico sull’amministrazione entrata in carica nel gennaio 2025 e i Democratici non vedono l’ora della rivincita. In palio è il controllo dei due rami del parlamento, che hanno il potere legislativo.
La Camera viene rinnovata ogni due anni in tutti i suoi 435 deputati e ciò fa di questo ramo lo strumento politico più sensibile a disposizione degli umori cangianti della gente. Il Senato, con 100 membri che durano sei anni, viene rinnovato per un terzo ogni due anni, secondo un calendario studiato per garantire ricambi più ponderati e una maggiore stabilità politica sul terreno istituzionale.
Trump è alla sua seconda stagione da leader, ma è come se fosse un neo-presidente essendo in carica solo dal 2025, e il suo governo è vissuto, e giudicato, come una “novità”. Il fatto che non potrà avere un terzo mandato quadriennale, ma resterà alla Casa Bianca solo per altri due anni fino al 2028, conferisce maggiore drammaticità alla sfida. Gli elettori Democratici sanno di avere la chance, conquistando uno o entrambi i rami del Congresso, di azzerare la possibilità per Trump di ottenere alcuna vittoria legislativa. Le riforme importanti danno il maggior lustro a un presidente sui temi di politica interna, e non è pensabile che una Camera in mano ai Democratici faccia passare qualsiasi legge prevista nell’agenda di Trump.
È anzi scontato che i DEM, se controllano la Camera che ha il potere di promuovere un impeachment, ci proveranno per la terza volta. Anche senza speranze di ottenerlo, visto che non avranno gli indispensabili due terzi dei senatori per farlo passare. L’eco della procedura sarà di sicuro un mezzo efficace per colpire l’immagine del presidente, in patria e all’estero. E per ostacolare ogni sua iniziativa nel Congresso.
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La posta in gioco è elevata, dunque, e il presidente lo sa tanto bene da essersi imbarcato da settimane in comizi in giro per il Paese per contrastare l’opinione secondo cui la situazione economica sarebbe incerta, con rischi di inflazione e disoccupazione. E per puntellare la gracilissima situazione del GOP.
Oggi la maggioranza Repubblicana alla Camera è ridotta a 220 deputati contro 215, e quindi basterebbe ai DEM un guadagno netto di tre seggi per ribaltarla. Dal 1946 al 2022 si sono tenute 20 elezioni di medio termine, e in 18 il partito del presidente ha perso seggi alla Camera, spesso anche molti, mantenendo il controllo solo se partiva da una maggioranza ampia, che non è il caso attuale. Solo due volte il partito del presidente ha guadagnato seggi alla Camera, nel 1998 con Clinton e nel 2002 con George W. Bush, ma erano situazioni politiche eccezionali.
Al Senato il GOP conta su 53 senatori contro i 47 dei Democratici, che dovrebbero conquistarne quattro per avere la maggioranza. Più difficile, ma anche questo ribaltone è possibile.
Gli scommettitori hanno le idee precise sulla Camera, meno sul Senato. Per Polymarket, la scommessa “quale partito vincerà alla Camera nel novembre 2026?” assegna ai DEM l’85% circa di probabilità, con i Repubblicani intorno al 16%. Per il Senato, il GOP è invece leggermente favorito: l’aggregatore di scommesse ElectionBettingOdds dà ai Repubblicani il 53% di chance e ai Democratici il 47%.
I giochi sono fatti, dunque? Probabilmente sì, perché chi scommette ci mette i suoi soldi e forse è più realista nel soppesare tutti i fattori sul terreno e trarre il giudizio di sintesi, mentre i sondaggi – basati sulle dichiarazioni «gratuite» degli interpellati – offrono minimi spunti di speranza ai Repubblicani. Per esempio, secondo il recentissimo sondaggio nazionale di NBC News uscito il 9 settembre, fra gli americani registrati a votare solo il 30% vede il partito Democratico positivamente, contro il 52% che lo giudica negativamente. Sull’altro fronte le cose vanno solo leggermente meglio per il GOP, visto bene dal 37% e male dal 51%.
Interessante è notare che a spingere in basso la stima generale per i DEM sono gli stessi elettori registrati Democratici, tra i quali solo il 62% ha un giudizio positivo sul proprio partito. Forse è la svolta a sinistra, e il crescente antisemitismo, di tanti candidati DEM a creare una certa fronda. Ma non tale, credo, da impedire a chi è critico di dare il voto di bandiera. Basta vedere il successo di Mamdani a New York, la città con il più alto numero di ebrei in America. Invece, il 77% dei Repubblicani è più di manica larga a valutare bene il proprio partito. Lo zoccolo MAGA tiene, ma non basta.
Qualche giorno prima, anche un sondaggio Fox News aveva mostrato lo stesso scarso entusiasmo dei registrati Democratici verso il proprio partito: il 70% pensa oggi che stia facendo un cattivo lavoro, una bocciatura di sei punti più alta del 64% rilevato nel dicembre del 2025. Il GOP non sta andando molto meglio, però, nemmeno per Fox News: il 64% lo giudica male, solo sei punti meglio dei DEM.
A confermare che in ultima analisi a decidere la partita sarà l’affluenza ai seggi e la “voglia di rivincita” dei DEM, il sondaggio NBC News rivela che quasi i tre quarti dei Democratici hanno un alto interesse ad andare al voto, contro il 61% dei Repubblicani.
L’economia, che nel 2024 aveva giocato un ruolo importante nella vittoria di Trump, ora è valutata un fattore neutro: il 40% degli elettori dice di fidarsi del GOP e altrettanti si fidano dei DEM. Invece Trump e il GOP sono ancora preferiti per la gestione dell’immigrazione e la sicurezza dei confini, ma questo è un problema risolto, chiuso, e la gratitudine non è un sentimento duraturo. Piuttosto, è la valutazione dei suoi 14 mesi alla Casa Bianca, con tutte le sue nuove politiche, dalle tariffe alle mosse sullo scacchiere internazionale, ad aver prodotto un rating disastroso per il presidente. Dal suo massimo del 54% di approvazione nel sondaggio Emerson College di fine novembre 2024, Trump è finito mese dopo mese sott’acqua, ossia con la percentuale di disapprovazione maggiore della percentuale di approvazione. Oggi è «sott’acqua» per 14 punti, con l’approvazione al 43% e la disapprovazione al 57% nell’ultimo sondaggio Fox News.
Che cosa potrebbe succedere perché si inverta la tendenza nei sondaggi e Trump ritorni a galla, aiutando la vittoria del suo partito alle elezioni di medio termine? Le sorprese nell’era Trump sono la norma, ma quelle positive in campo economico non avvengono nel breve termine. In politica internazionale invece potrebbero esserci svolte a favore del presidente e del suo partito. Iran, Venezuela, Cuba che cambiano regime e diventano “democrazie” in pace con l’America e il resto del mondo occidentale? Queste sono speranze, non previsioni. E se si realizzeranno, finiranno nei libri di storia. Realisticamente, gli elettori DEM e Indipendenti, e il mainstream dei media, non riconosceranno in ogni caso alcun merito a Trump prima del voto di novembre.




