La laguna blu (che quasi nessuno conosce) a 2 passi dall’Italia. «Mare come ai Caraibi»
A poche ore dall’Italia esiste un tratto di mare che sembra uscito da una cartolina dei Caraibi. Non è un’esagerazione: acque basse, fondali chiarissimi e riflessi che virano dal turchese al blu elettrico. Siamo in Dalmazia, tra le isole di Drvenik Mali, Drvenik Veli e i piccoli isolotti di Krknjaši. Qui si trova quella che i croati chiamano Plava Laguna, la Laguna Blu. Un nome che dice tutto: il colore del mare è talmente intenso da sembrare irreale. Il motivo è tecnico oltre che estetico: fondali sabbiosi e bassi, luce che rimbalza e acqua incredibilmente limpida creano quell’effetto “caraibico” che rende questo luogo unico nell’Adriatico. Non è una spiaggia nel senso classico. È uno specchio d’acqua tra isolotti, dove si ancora, si nuota e si fa snorkeling in condizioni quasi perfette.
Drvenik Mali l’isola che (quasi) non c’è
La cosa più sorprendente? Questa meraviglia si trova accanto a un’isola minuscola e quasi sconosciuta: Drvenik Mali. Qui non troverai resort, movida o stabilimenti organizzati. L’isola è piccolissima, con pochissimi abitanti e infrastrutture essenziali. In alcune zone manca perfino l’acqua corrente stabile e la vita scorre lenta, quasi fuori dal tempo. Proprio per questo motivo, la Laguna Blu non è diventata una meta “classica” da turismo di massa via terra. È invece il regno di diportisti, escursionisti giornalieri, tour organizzati. Chi arriva qui spesso non dorme sull’isola: arriva, si ferma qualche ora e riparte.
La Laguna Blu: perché è così speciale. La Laguna Blu si trova tra Drvenik Veli e gli isolotti di Krknjaši ed è considerata una delle acque più limpide di tutta la Croazia. Qui succede qualcosa di particolare: l’acqua è piatta e protetta, quasi come una piscina naturale; i fondali sono bianchi e bassi, riflettendo la luce; la visibilità è altissima, perfetta per snorkeling.
Non a caso è diventata una delle mete preferite per gite in barca: si raggiunge facilmente da Spalato o Trogir con escursioni di poche ore. Il risultato è un mare che sembra “illuminato da sotto”. Ed è proprio questa resa cromatica a far parlare di “Caraibi d’Europa”.
Come raggiungerla la laguna blu dall’Italia
Arrivare alla Laguna Blu non è complicato, ma richiede un minimo di pianificazione. Le opzioni principali sono tre:
1. In aereo (la soluzione più comoda)
La via più semplice è volare su Spalato. Da qui si raggiunge Trogir in circa 20-30 minuti; si parte con tour organizzati o barche private
È la soluzione più veloce e usata dalla maggior parte dei visitatori.
2. In nave (la soluzione più “marittima”)
Dal porto di Ancona partono traghetti per Spalato. Un tempo esistevano più collegamenti (ad esempio da Pescara), oggi molto ridotti o non più attivi. Una volta arrivati a Spalato, il percorso è lo stesso: Spalato → Trogir → barca per la Laguna Blu.
3. Coast to coast in auto (la più lunga, ma panoramica)
Per chi ama guidare: Italia → Slovenia → Croazia → costa dalmata. Si arriva fino a Spalato o Trogir, da cui poi si prosegue via mare. È la soluzione più lenta, ma anche la più scenografica.
L’ultimo tratto: solo via mare
Indipendentemente da come arrivi in Croazia, l’ultimo tratto è sempre lo stesso: in barca.
Le opzioni sono:
- escursioni organizzate (le più diffuse)
- taxi boat
- barca privata
Dalle coste di Trogir o Spalato si impiegano circa 15–40 minuti per raggiungere la laguna.
Esistono anche traghetti per le isole (come da Traù verso Drvenik), ma per arrivare esattamente nella laguna serve comunque un passaggio via mare più piccolo. Una destinazione “da giornata”, non da soggiorno. La vera particolarità di questo luogo è che non è pensato per fermarsi, ma per essere vissuto. Non ci sono grandi strutture, non ci sono servizi turistici sviluppati, e proprio per questo conserva un fascino raro.
Perché andarci (davvero)
Perché è uno dei pochissimi posti in Europa dove puoi avere acqua caraibica, natura quasi intatta, distanza minima dall’Italia. E soprattutto, almeno per ora, senza la folla delle mete più celebri. Un piccolo segreto dell’Adriatico. Finché resta tale.
PART 2
La Baia di Ieranto è tra le spiagge più belle del mondo secondo BBC: “Natura selvaggia e panorama sublime”
La Baia di Ieranto, orgoglio italiano nel mondo
Dimenticate le spiagge con le file ordinate di ombrelloni. La Costiera Amalfitana e la vicina Penisola Sorrentina offrono uno spettacolo diverso: qui i bagnanti stendono i loro teli da mare a terra e si crea un’atmosfera di pura gioia, serenità, all’insegna della semplicità. Ciò che conta è godersi la natura, in solitudine o in compagnia, nel silenzio o godendosi le chiacchiere coi vicini. “È proprio questa natura selvaggia il suo fascino” ha scritto la redattrice Eva Sandoval. In particolare, c’è una spiaggetta che è un piccolo gioiello. Si tratta della Baia di Ieranto, una baia appartata raggiungibile tramite un sentiero di 2,5 km che parte dal borgo di Nerano. “Sì, la salita è ripida, ma ne vale la pena”: una volta giunti a destinazione si può godere di un panorama sublime in un tripudio di colori che vanno dal turchese al ceruleo fino al blu. Questi luoghi riecheggiano anche nelle leggende omeriche: si narra che in questa baia abitassero le sirene che tentarono Ulisse con il loro canto.
I consigli della BBC sulle spiagge più belle
“Sebbene il mio cuore sia mediterraneo, devo dire che questa è la spiaggia più bella in assoluto in termini di acqua, luna, alberi, serenità generale e consapevolezza ambientale” ha scritto Anna Bressanin. La redattrice BBC ha identificato in questa spiaggetta sull’isola di Havelock, la più grande dell’arcipelago delle Isole Andamane (India), il paradiso naturale per eccellenza. Proprio per questo è anche un luogo molto protetto e tutelato: tutti sono impegnati nel tenere l’isola pulita, nel non lasciare spazzatura e rifiuti sulla sabbia, soprattutto quelli di plastica. In elenco anche l’isola di Icacos a Porto Rico con le sue acque turchesi, le spiagge di sabbia bianca, le onde che fanno innamorare i surfisti e il sole tutto l’anno. È un’isola disabitata e incontaminata, un posto idilliaco degno di una fiaba, un sogno a occhi aperti, un racconto mitico. E invece è realtà e si può concretizzare facendo un viaggio in barca di 20 minuti da Fajardo.
Passando da una parte all’altra del mondo, in lista c’è El Nido nelle Filippine “dove i granelli di sabbia bagnata scivolano tra le dita come burro setoso”. Qui è possibile concedersi tanti piaceri: non solo appagare la vista con panorami mozzafiato, ma anche concedersi passeggiate, fare kayak e snorkeling, fare un tour tra le isole in motoscafo o catamarano o ancora su una caratteristica bangka filippina. Nelle vicinanze ci sono altre calette interessanti che danno il loro meglio al tramonto: Las Cabanas, Lio o Corong Corong. E a proposito di paesaggi, notevole in questo senso è la spiaggia di Grand Case a St. Maarten che è stata segnalata anche per un altro aspetto: quello culinario. Qui infatti la scena gastronomica è particolarmente vivace e interessante. piatti tipici sono fegato d’anatra, bouillabaisse, aragosta.
Venendo all’Europa, c’è da tenere in considerazione la spiaggia di Achmelvich sulla costa occidentale delle Highlands scozzesi: una distesa di sabbia bianca lunga 200 metri incastonata in una baia rocciosa. È apparentemente una stranezza, perché effettivamente la Scozia non è la prima destinazione che verrebbe in mente pensando a spiagge da sogno. E invece si fa tanto parlare di Caraibi e Tropici, quando abbiamo tesori balneari anche molto più vicino, che meritano di essere scoperti. Questo è un esempio. Nello specifico, la frastagliata costa delle Highlands occidentali è una delle più spettacolari al mondo, in particolare grazie alla spiaggia di Achmelvich, distesa di sabbia bianca lunga 200 metri incastonata in una baia rocciosa.
Brighton Beach a Brooklyn è soprannominata “Piccola Odessa”, perché in questa zona sul lungomare si stabilirono negli anni Settanta numerosi immigrati russi e ucraini, quindi ancora oggi risente di quel mix di culture: “È probabilmente il luogo migliore di New York per immergersi nella storia dell’immigrazione cittadina” secondo il redattore della BBC Eliot Stein. E cultura, vuol dire anche tradizioni culinarie, difatti qui è impossibile non concedersi anche un tour gastronomico, essenziale per capire l’anima profonda del posto: “Dopo una nuotata, concedetevi un tour gastronomico slavo, caucasico e turco”. Per i più avventurosi desiderosi di spingersi ai confini del mondo l’ideale è lanciarsi alla scoperta della Bay of Fires in Tasmania: 50 km lungo di distese di sabbia bianca lungo la costa nord-orientale dell’isola: “Ho camminato per ore senza quasi incontrare anima viva” ha segnalato Ellie Cobb, proprio per far capire quanto questo posto sia isolato e silenzioso, incontaminato, perfetto se ci si vuole davvero allontanare dai rumori della città e dello stress della quotidianità.
PART 2
Spagna sospesa dalla NATO, Falkland non più britanniche: Trump studia la vendetta contro gli alleati
Una email interna del Pentagono ipotizza misure contro gli alleati Nato ritenuti “difficili” nel conflitto Usa-Iran, inclusa la possibilità di sospendere la Spagna dall’Alleanza. Lo scrive Reuters sul sito. Tra le opzioni allo studio, si starebbe valutando anche la possibilità di rivedere la posizione degli Stati Uniti rispetto alla rivendicazione britannica delle isole Falkland.
La vendetta

Le opzioni politiche sono dettagliate in una nota che esprime frustrazione per la presunta riluttanza o il rifiuto di alcuni alleati di concedere agli Usa l’accesso, le basi e i diritti di sorvolo per la guerra contro l’Iran.
Secondo il funzionario, l’email afferma che concedere agli Usa l’accesso, le basi e i diritti di sorvolo per la guerra contro l’Iran rappresenta “solo il punto di riferimento assoluto per la Nato”, e aggiunge che le diverse opzioni stanno circolando ai più alti livelli del Pentagono.
Secondo Reuters, tuttavia, l’email non suggerisce un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla Nato, né propone la chiusura delle basi in Europa.
Il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez ha negato l’uso delle basi militari, quella navale di Rota e quella aerea di Moron, in Andalusia, e successivamente l’uso dello spazio aereo per i mezzi impegnati nell’operazione Stati Uniti-Israele contro Iran.
Il piano avrebbe un forte valore simbolico, più che operativo: nel caso della Spagna servirebbe a inviare un segnale politico agli alleati europei, accusati dall’amministrazione del presidente Donald Trump di non condividere l’onere della sicurezza.
La reazione di Sánchez
“Non ci basiamo sulle email. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti”. Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sánchez, a margine del vertice Ue informale di Cipro.
PART IV
20 aprile 1945, la guerra sta per finire, ma nelle valli del Po, estremo nord, in un’Italia spaccata in due tra il Regno cobelligerante fedele a Vittorio Emanuele III di Savoia e la Repubblica Sociale di Salò, rimasta fedele, fino all’ultimo, al Duce Benito Mussolini, un manipolo di paracadutisti italiani, in uniforme inglese, si lancia nel vuoto da aerei alleati per portare a termine una missione unica nel suo genere: il sabotaggio dietro la Linea Gotica. È l’inizio dell’Operazione Herring, che per noi significa “aringa”. Per i parà italiani, che si sono guadagnati la gloria eterna tra le rocce e la sabbia incandescente di El Alamein al grido di “Folgore\!” e hanno servito sul fronte di Anzio-Nettuno nella Nembo, inquadrati nei reparti tedeschi per contrastare lo sbarco alleato, si tratta dell’ultima missione di guerra, al fianco dello stesso avversario a cui hanno dato la caccia e che ha dato loro non poco filo da torcere in Nord Africa, lo Special Air Service britannico, un’altra leggenda del secondo conflitto mondiale.
L’obiettivo dell’operazione, in perfetto stile commando, era gettare scompiglio per 36 ore (diventate il doppio) nelle retrovie tedesche, consentendo agli Alleati, a corto di uomini, di dare la “spallata finale” ai tedeschi per far crollare la Linea Gotica dopo il fallimento della manovra a tenaglia della battaglia di Rimini, che avrebbe dovuto aggirare alle spalle la 10ª Armata tedesca.
Tra le 21:00 e poco oltre la mezzanotte, un gruppo di 246 uomini, divisi in 26 piccoli gruppi con obiettivi sparsi in un triangolo compreso tra Ferrara, Mirandola e Ostiglia, si paracadutarono da una dozzina di aerei da trasporto DC-3 Dakota decollati dall’aeroporto di Rosignano. Le truppe aviotrasportate italiane avevano inoltre l’obiettivo di preservare i ponti dalla distruzione da parte dei tedeschi che, una volta ripiegato oltre il Po, li avrebbero certamente minati o fatti saltare per rallentare l’avanzata degli anglo-americani. I paracadutisti italiani erano tutti volontari, addestrati come sabotatori del SOE, lo Special Operations Executive, che condivideva le tattiche delle unità Commando e dello Special Air Service; erano divisi nello Squadrone F, agli ordini del capitano Carlo Francesco Gay, e nella Centuria Nembo, comandata dal tenente Guerrino Ceiner. Tale formazione risponderà alla specifica richiesta del tenente colonnello Marling, ideatore dello Special Air Service italiano.
Le operazioni che prevedono un’inserzione di truppe aviolanciate sono sempre sottoposte all’incognita che riguarda l’individuazione della zona di lancio, o DZ per gli anglosassoni, e, non meno rilevante, a quella che riguarda l’incognita dell’accoglienza nemica. I paracadutisti italiani, che avevano effettuato il loro primo aviolancio sull’isola di Cefalonia, nell’aprile del ’41, si trovarono a fare i conti con lo stesso problema che interessò i paracadutisti americani: un intenso fuoco di sbarramento della contraerea che, nonostante l’avvicinamento di notte, costrinse i piloti dei Dakota americani a dare luce verde su coordinate sbagliate, a bassa quota, facendo atterrare molte squadre di commandos in punti distanti anche 30 o 40 chilometri dagli obiettivi prestabiliti. Molti paracadutisti si trovarono costretti a saltare da un’altitudine molto inferiore ai mille metri, trovando un impatto con il terreno decisamente poco dolce, in più di un caso, proprio sopra la FlaK tedesca.
Come “parà” preparati dagli inglesi, inquadrati nell’8ª Armata, ma pur sempre appartenenti al Regio Esercito, i commando paracadutisti al comando di Gay e Ceiner indossavano battledress kaki con oversmock da lancio, paracadute type X e un mix di equipaggiamento che comprendeva la famigerata daga dei commando inglesi, il pugnale da combattimento Fairbairn Sykes e il mitico Moschetto Automatico Beretta Mod. 1938, in uso tra le unità d’élite italiane, reparti speciali come la Folgore, gli Arditi ma anche la Xª Mas. Mentre le mappe su cui erano segnati gli obiettivi precisi della missione vennero consegnate soltanto la notte del lancio, probabilmente per timore che tra loro potessero celarsi delle spie.
Quelli che seguirono furono tre lunghi giorni in cui si alternarono combattimenti e lunghi occultamenti. I sabotatori italiani, sparsi in una vasta area per gli errori di lancio, avevano ricevuto ordini precisi: restare inattivi durante il giorno, nascondendosi tra i vigneti, in cascine abbandonate o nei fossi, per uscire con il favore dell’oscurità e ingaggiare i convogli nemici, minare ponti e strade, tagliare le linee telefoniche e sminare i passaggi che dovevano restare intatti per consentire alle avanguardie alleate un facile attraversamento del Reno e di altri corsi d’acqua.
Nonostante i lanci avessero mancato la zona d’atterraggio prevista, le pattuglie diedero prova di grande determinazione nell’affrontare un nemico soverchiante per numero e perseguirono molti degli obiettivi prefissati dall’operazione Aringa: minarono strade di rilievo, attaccarono autocolonne in ripiegamento, incendiarono autocarri carichi di materiale, sminarono ponti sui canali e sui fiumi, interruppero linee telefoniche, crearono scompiglio nelle retrovie del nemico che era convinto di trovarsi di fronte una forza molto più numerosa di quanto in realtà fosse. Ben 2.000 i tedeschi che si arresero ai paracadutisti italiani, e dozzine di mezzi, compresi camion carichi di armi e munizioni, vennero distrutti o catturati. Sette strade essenziali per la ritirata dei tedeschi vennero minate e interdette, e oltre settanta linee telefoniche tagliate per impedire una comunicazione efficace tra i comandanti tedeschi, che di lì a pochi giorni avrebbero accettato la resa su pressione dei vertici del servizio informazioni tedesco, come Wolff e Dollman, che avevano condotto delle trattative segrete con Allen Dulles e l’OSS, il servizio segreto statunitense.
I combattimenti che si protrassero per il doppio del tempo considerato dalla missione confermarono ancora una volta il valore dei ragazzi di “Folgore” e “Nembo”. Secondi a nessuno per coraggio, intraprendenza e capacità di battere un nemico soverchiante per numero. Ma quei tre giorni dietro le linee “nemiche” furono pagati con la vita di 21 paracadutisti, di cui 14 morti nello scontro di Ca’ Brusada, un casolare dove il gruppo ingaggiò un furioso combattimento che li vedrà cadere, uno dopo l’altro, e 10 dispersi.
Tra i caduti, vogliamo ricordare, in queste giornate dedicate alla memoria, Amelio De Juliis, detto il Piccolo. Bracciante abruzzese, aveva ricevuto il battesimo del fuoco assieme ai partigiani delle sue parti, prima di arruolarsi nell’Esercito cobelligerante e brevettarsi paracadutista nel marzo del 1945. Si era offerto volontario per quella missione, ed era il più giovane dell’intera formazione. Morì quel 20 di aprile a Maccaretolo di San Pietro in Casale, raggiunto da una raffica di mitragliatrice mentre cercava di soccorrere, seppur ferito, il sottotenente Angelo Rosas, comandante della sua formazione, e Aristide Arnaboldi, amico fraterno con cui si era arruolato. Verrà insignito della medaglia d’oro al valor militare, e resta a tuttora uno dei più giovani caduti delle nostre forze armate. Nell’encomio si legge: “Benché ferito dopo un violento scontro, riusciva ancora una volta a mettersi in salvo, ma visto cadere il proprio ufficiale si lanciava al suo soccorso e nel tentativo di recuperarne la salma veniva abbattuto da una raffica di mitraglia. Bell’esempio di spiccato spirito di sacrificio”. E allora mi viene alla mente quella canzone, I Campi d’Aprile, che lascia commossi ed è stata dedicata a un altro giovane ragazzo che ha sacrificato la propria vita a pochi giorni dalla fine della guerra, Luciano Tondelli. Ascoltatela se non la conoscete, e se posso osare una persuasione, non affrontate discussioni in questi giorni di memoria. Ricordate i nostri caduti, tutti. Non li biasimate mai. L’Italia è più loro che nostra.
PART V – MEDIEVALE
Il Medioevo presentava abitudini alquanto sorprendenti. Ad esempio, una volta il tiro con l’arco era obbligatorio e si poteva pagare l’affitto anche con le anguille. Nonostante sia comunemente conosciuto come “epoca buia”, questa galleria si propone di illuminare alcuni aspetti della vita medievale. Date un’occhiata e scoprite dettagli intriganti, insoliti e talvolta rivoltanti sul Medioevo.

I cognomi non sono sempre esistiti, ma sono stati introdotti nel 1066 con la conquista normanna. Prima di allora, gli individui erano conosciuti con un solo nome o con un soprannome.
Gli animali venivano talvolta portati in tribunale per vari reati. Affrontavano conseguenze simili a quelle degli esseri umani, come l’esilio, l’imprigionamento e persino la pena capitale.

Giuda Iscariota è uno dei personaggi biblici più celebri. È il discepolo che tradì Gesù, un gesto che ebbe conseguenze devastanti. Tuttavia, ha anche plasmato la storia del cristianesimo. Senza il tradimento di Giuda Iscariota, non ci sarebbe stato il cristianesimo come lo conosciamo.
Ma chi era veramente Giuda e perché ha fatto ciò che ha fatto? Era davvero un uomo avido e meschino che mirava solo a fare soldi facili senza preoccuparsi di Gesù?
In questa galleria potrete conoscere meglio la vita di Giuda Iscariota. Cliccate e scoprite chi era veramente.
Ai tempi di Gesù, le persone non avevano un cognome. Si usavano invece degli epiteti. Spesso si trattava di riferimenti al luogo di provenienza, al gruppo di appartenenza, al nome del padre, ecc. Iscariota è un epiteto.
Si ritiene che Iscariota sia un riferimento al luogo da cui proveniva Giuda. Gli studiosi ritengono che provenisse dalla città di Kerioth, il che lo rende l’unico discepolo della Giudea. Un’altra teoria è che il nome fosse associato ai Sicarii, un gruppo di ribelli ebrei
La Bibbia cita effettivamente il nome del padre di Giuda. Giuda Iscariota era figlio di un uomo chiamato Simone Iscariota.
Giuda era un nome abbastanza comune all’epoca. Dopotutto, deriva dalla parola greca Ἰούδας (Ioúdas), per l’ebraico “Giuda” (la tribù del re Davide).
La Bibbia menziona che Gesù aveva un fratello di nome Giuda. “Non è questo il falegname? Non è questo il figlio di Maria e il fratello di Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone?” (Marco 6:3). Si ritiene che sia l’autore dell’epistola Giuda.
Sia il Vangelo di Luca che il libro degli Atti fanno riferimento a Giuda, talvolta indicato come Giuda o Giuda Taddeo, o figlio di Giacomo. Si tratta di Giuda l’apostolo.
Il nome ha un certo peso nel cristianesimo e questo si riflette nei tentativi di fare una distinzione tra Giuda Iscariota e altri con lo stesso nome. Un esempio si trova in Giovanni 14:22, dove si legge: “Allora Giuda (non Giuda Iscariota) disse: “Ma, Signore, perché intendi mostrarti a noi e non al mondo?””.
Secondo il Vangelo di Giovanni, Giuda Iscariota si occupava del denaro dei discepoli.
Anche secondo il Vangelo di Giovanni, Giuda era un ladro. Ciò è descritto in un episodio in cui Maria unse i piedi di Gesù con del profumo. Ma Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli (colui che stava per tradirlo), disse: “Perché questo unguento non è stato venduto per trecento denari e non è stato dato ai poveri?” Diceva questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, avendo in mano la borsa dei soldi, si serviva di ciò che vi era stato messo” (Giovanni 12:4-6).



